Si è attori come si è principi: per nascita. (Sartre)
La Persona (termine derivante dall'etrusco Phersu, indica in latino la maschera di scena) è per Jung quell'aspetto che l'individuo assume nelle relazioni sociali e in generale nel suo rapporto con il mondo. Ha la funzione di mediare fra l'lo e il mondo esterno, mentre all'opposto, l'Anima fa da trait d'union fra l'lo e il mondo interiore. L'Anima è espressione di tutto ció che è personale ed intimo, la Persona invece:
è un segmento più o meno accidentale ed arbitrario della psiche collettiva (...) una maschera che simula l'individualità, che fa credere agli altri che chi la porta sia individuale (ed egli stesso ci crede) mentre non si tratta che di una parte rappresentata in teatro nella quale parla la psiche collettiva (1).
Adottando la locuzione "Persona", Jung usa la metafora del teatro che è una delle più forti della nostra cultura e non solo in campo psicologico; come Galileo paragonava l'universo ad un grande libro scritto in caratteri geometrici e matematici, così il nostro mondo viene spesso paragonato ad un teatro dove si svolge il dramma della vita umana. Questo per dire che secondo l'analista svizzero, tutti gli individui indistintamente, indossano maschere e in ciò non vi è niente di patologico. Si tratta piuttosto di una forma di adattamento all'ambiente, geneticamente funzionale ai fini della sopravvivenza. La Persona, a meno di non identificarsi completamente con essa, non mistifica l'identità globale dell'individuo, ne mette solo in risalto aspetti differenti assunti ad hoc.
La Persona è un'apparenza, una realtà bidimensionale, come scherzosamente la si potrebbe definire (2). É, per così dire, "ritagliata" sui lineamenti dell'individuo che la indossa. Salvo che in un caso: quello dell'attore. L'attore, per natura, destino o per nascita come sostiene Sartre, sulla propria, calza altre maschere, veste i panni dei suoi personaggi perennemente, tanto che alla fine diventa lui stesso un personaggio.
Ci si è spesso domandati come faccia a vivere sempre in bilico fra l'essere e l'apparire, tra realtà e finzione e come sia possibile che proprio questo continuo gioco di trasformismo gli consenta di mantenere l'equilibrio psichico (gli attori si "ammalano" quando non lavorano). Forse possiede una struttura psicologica diversa da quella dei "comuni mortali"? L'attore, come si sa, viene da lontano e una prima risposta al nostro quesito possiamo trovarla alle origini. Ce la fornisce Aristotele in quel preziosissimo saggio (di fondamentale importanza per chi si occupa di teatro) intitolato "Poetica", mentre spiega fra l'altro come sono nate la tragedia e la commedia.
L'imitare è un istinto di natura comune a tutti gli uomini fin dalla fanciullezza; è anzi uno dei caratteri onde l'uomo si differenzia dagli altri esseri viventi in quanto egli è di tutti gli esseri viventi il più inclinato alla imitazione. Anche Sé noti che le sue prime cono-scienze l'uomo le acquista per via di imitazione; e che dei prodotti dell'imitazione si dilettano tutti (...) essendo naturale in noi la tendenza ad imitare mediante il linguaggio. L'armonia, il ritmo - i metri si sa bene che sono varietà del ritmo - così è avvenuto che coloro i quali fin dal principio avevano per queste cose più degli altri, una loro disposizione naturale, procedendo poi in una serie di lenti e graduali perfezionamenti, dettero origine alla poesia; la quale appunto si svolse e si perfezionò da rozze improvvisazioni (3).
Aristotele ritiene dunque l'imitazione, l'inclinazione a recitare, la mimesi, una sorta di istinto primario, bagaglio della specie (umana) presente fin dalla nascita.
L'attore, (colui che agisce), l'attore primigenio che più o meno intorno al 560 a. C. si distacca dal coro ditirambico e saltando, dopo essersi mascherato, sopra una parte rialzata qualsiasi (saltimbanco) dice: "Io sono Dio". Possedeva evidentemente più degli altri quell'istinto primario; era afflitto, come sostiene Jouvet: dal tremendo male chiamato mimetismo (4). In lui la naturale predisposizione alla mimesi diventa bisogno imprescindibile, scelta di vita. E vita facile non lo è stata, nel corso del tempo, quella dell'attore: prima Dio poi schiavo, invidiato e deriso, "mostro sacro" come lo definisce poeticamente Jean Cocteau per metterne in evidenza il cocktail di bellezza e di bruttezza. Da Aristotele ad oggi i tempi sono cambiati, gli attori non calzano più i coturni né indossano maschere rozzamente ritagliate in un pezzo di scorza d'albero, ormai si truccano soltanto - perché il trucco del corpo induce quello dell'anima - ma sono ancora ammalati di "mimetismo" e la spiegazione aristotelica rimane insuperata.
L'attore sacrale del tiaso, il mirabile interprete del grande teatro tragico fu definito Hypokrites colui che risponde, che interpreta. Secondo l'etimo greco, interpretare in questo caso è più vicino a spiegare che a sostenere una parte, è inteso con valore sacrale: il sacerdote che interpreta l'oracolo o le parole del Dio.
Nelle lingue moderne invece, Hypokrites vale per "colui che trae in inganno", "colui che finge"; finge di provare sentimenti, emozioni che in realtà non lo toccano: è il commediante per eccellenza, l'ipocrita. Il termine assomiglia piuttosto all'etrusco Histrio (Histriones) che già anticamente era caricato di quel significato peggiorativo. Spesso nell'immaginario collettivo l'attore è percepito come un soggetto falso, finto, mistificatore, uno che si impossessa dell'identità altrui perché non ne possiede una propria. L'uomo della strada, anche Sé ne è affascinato, il più delle volte non comprende:
quel bisogno di evasione, di incarnazione, bisogno vitale di creare personaggi sempre diversi, di comporsi ogni volta un'individualità nuova (...) di ridere del riso del personaggio, soffrire della sua sofferenza, piangere delle sue lacrime (5).
Il problema dell'autenticità, del sentimento del reale che in quest'ottica sembra essere il punto chiave della psicologia dell'attore. Abbastanza trascurato dalla psicoanalisi tradizionale, è uno dei temi affrontati in maniera veramente proficua da Donald Winnicott. Questo autore che senza dubbio può essere considerato uno dei grandi innovatori all'interno della tradizione psicoanalitica, curiosamente nutriva un interesse particolare per gli attori e lo spettacolo. Un suo vecchio compagno di scuola riferisce che quando era studente di medicina al Jesus College di Cambridge, Winnicott era solito cantare canzoni e interpretare scenette comiche nei reparti rallegrando gli altri studenti. Adam Phillips, psicoterapeuta infantile allo Charing Cross Hospital di Londra, nella sua interessante Biografia intellettuale di Winnicott, scrive:
Spesso gli riusciva difficile non utilizzare il linguaggio dello spettacolo - routine, sincronizzazione, ruolo, scenario e così via - nei suoi discorsi teorici e la figura dell'attore salta fuori costantemente come una presenza inopportuna. In piú di un'occasione Winnicott ebbe a dire che Sé non avesse fatto lo psicoanalista gli sarebbe piaciuto fare l'attore comico in un teatro di varietà; il suo lavoro inaugura in un certo senso la tradizione comica in psicoanalisi (6).
Così come è stato un grande clinico, probabilmente Winnicott sarebbe stato un eccellente attore! Ma torniamo alla tematica dell'autenticità. Attraverso il suo lavoro come pediatra e come psicoanalista, egli giunse a ritenere che l'esperienza di sentirsi vivi assumeva un senso soggettivo e non poteva essere data per scontata. Alcune persone a causa di gravi difficoltà nel loro primo ambiente, arrivavano a pensare addirittura di non aver mai cominciato ad esistere. Così le loro vite apparivano caratterizzate da un senso di futilità e di inconsistenza. A questo proposito colpisce l'analogia con la definizione che un'attrice, la signorina Norma Jean Baker, in arte Marilyn Monroe, diede di Sé stessa poco prima di morire tragicamente: “Il mio involucro sta invecchiando e io non sono ancora nata”.
Winnicott ha trattato il tema dell'autenticità nella maggior parte dei suoi scritti, ma l'argomento trova l'espressione più compiuta nel saggio La distorsione dell'Io in rapporto al vero e al falso Sé. I primissimi stadi evolutivi vengono visti dal nostro autore come un processo di autoappropriazione nel disordine delle sensazioni. Il meccanismo di per Sé è istintuale ma può costruirsi solo con il contributo delle cure materne. La madre "sufficientemente buona" (quella che va incontro all'onnipotenza del figlio e, in una certa misura, le dá senso) grazie alla coerenza del suo maternage permette al bambino di iniziare ad organizzare le esperienze, di dominare gli istinti, di incominciare ad esistere come persona separata. Ma Sé la madre non si adatta "sufficientemente" e al contrario richiede al bambino un adattamento precoce ai suoi bisogni (di lei) accade che:
il Sentimento del reale è assente, e Sé non c'è troppo caos la Sensazione definitiva è di futilità. Le inerenti difficoltà della vita non possono essere raggiunte, per non parlare delle soddisfazioni. Sé non c'è caos, allora appare il Falso Sé, che nasconde il Vero Sé che si sottomette alle richieste, che reagisce agli stimoli, che si libera dalle esperienze istintuali possedendole, ma che cerca solo di guadagnare tempo(7).
Il concetto di falso Sé, così come Winnicott lo ha formulato, non appare esclusivamente di natura difensiva e quindi patologica, sembra possedere anche valenze adattive, un po' come la Persona per Jung.
Il vero Sé da solo non potrebbe mai costruirsi un posto nella società (8).
Per chiarire meglio questa ipotesi, Winnicott ci propone di immaginare un continuum in cui ad un polo il falso Sé sostituisce il vero Sé completamente ed appare come la persona reale. Al polo opposto invece, il falso Sé rappresenta una condotta ordinariamente adattiva. É il sano compromesso della cortesia socializzata che però mantiene e riconosce implicitamente un Sé personale più privato ed intimo. In quest'ottica la patologia o la salute mentale sono una questione di grado (a seconda della collocazione nell'ipotetico continuum.).
Per il falso Sé l'autore ipotizza vari livelli, il vero Sé, per contrasto, non ha gradi. Non può e non deve essere misurato perché riguarda tutto ciò che è distintivo e autentico in ogni persona. É legato alle funzioni del corpo, inclusa l'azione cardiaca e la respirazione, è geneticamente ereditato quindi primario. Soltanto il vero Sé può essere creativo e "Sentire il reale".
In un discorso sulla psicologia dell'attore, questa concettualizzazione sembra illuminante. Come dicevamo, l'attore viene spesso percepito come falso, parlando in termini psicoanalitici potremmo dire che non si capisce fino a che punto agisca la parte autentica (il vero Sé) o quella difensiva (il falso Sé).
Alcuni attori sembrano non esistere come persone, nella vita quotidiana, riescono ad "esSére" solo sulla scena, protetti da una maschera.
Scrive l'attore Mario Scaccia nel suo libro autobiografico La verità inventata:
Esiste una genia artistica che non ha demarcazione fra vita privata e scena, non crea un personaggio, lo è essa stessa. Nella vita privata sono creature quasi sempre in uno stato euforico per camuffare forse un'esistenziale malinconia, una qualche frustrazione sessuale, vulnerabili psichicamente, ciniche e al tempo stesso generose, apparentemente rissose e insolenti e invece pavide, timide e introverse, estremamente ansiose si placano soltanto all'alzarsi del sipario, luogo dove possono denudare la propria anima pubblicamente, scatenando rabbie arcane e dove ogni loro eccentricità si ridimensiona in una verità incontrollabile che conquista e disorienta facendole apparire sublimi(9).
Nella struttura psicologica dell'attore possiamo dunque ipotizzare un'organizzazione di tipo falso Sé, senza però dimenticare che egli è anche e soprattutto un artista, che fa uso nel suo lavoro di strumenti sia psicologici che fisici. Egli è la dimostrazione più evidente che l'uomo non è fatto di una parte che pensa e di una parte che, come sosteneva Cartesio, è spazialità, materia, ma rappresenta quella che Husserl chiama "una monade" cioè un'unità fenomenologica in cui c'è un intreccio continuo e permanente fra gli strati - ancora con riferimento a Cartesio - della res cogitans e della res extensa. Non a caso Antonin Artaud lo ha sapientemente definito "Atleta delle passioni", non a caso il giovane Wilhelm Meister di Goethe è affascinato dall'acrobata-attore perché nella prestazione muscolare ravvisa anche la componente spirituale. Ma se creatività e funzioni del corpo sono appannaggio del vero Sé, ci troviamo di fronte ad una contraddizione. Fortunatamente Winnicott che di sicuro non ha mai rinunciato alla sua parte artistico-creativa, assegna all'attore una collocazione particolare, privilegiata potremmo dire, e infatti scrive:
Da qualche parte, tra il vero e il falso Sé, in equilibrio dialettico fra le due istanze, esiste una figura transizionale, l'attore come uomo paradossale (…)Per quanto riguarda gli attori, ci sono quelli che possono essere Sé stessi e recitare, mentre altri possono solo recitare e sono completamente persi quando non hanno un ruolo e quando non sono apprezzati o applauditi, cioè riconosciuti come esistenti(10).
Anche Diderot che non era uomo di psicologia ma uomo di teatro (anche lui avrebbe voluto calcare le scene e metteva gli attori al primo posto nella scala gerarchica degli esseri umani) ha messo in evidenza il tema del paradosso. Il suo Paradoxe sur le comèdien che a ragione può essere definito "un libro di fondazione" del pensiero dell'attore, ne sottolinea il carattere anomalo, certamente contraddittorio della psicologia. L'attore che per sua natura deve commuovere e stimolare la sensibilità del pubblico, paradossalmente, non deve possedere alcuna sensibilità:
É l'estrema sensibilità che fa gli attori mediocri; è la sensibilità mediocre che fa l'infinita schiera dei cattivi attori; ed è l'assoluta mancanza di sensibilità che crea gli attori sublimi".
Ovviamente si tratta di un "paradosso". In realtà il comèdien Diderotiano, per essere grande doveva dosare sapientemente sensibilità e controllo, raziocinio e abbandono, potremmo perciò equipararlo all'attore ideale di Winnicott, in equilibrio dialettico fra il vero e il falso Sé, capace di essere Sé stesso e di recitare, che può vivere in un campo intermedio fra realtà e sogno. Insomma un uomo in bilico fra patologia e salute mentale. Viene da chiedersi Sé questa non sia in fondo una situazione auspicabile. Scrive ancora Winnicott:
Attraverso l'espressione artistica possiamo sperare di restare in contatto con i nostri Sé primitivi da cui derivano t nostri sentimenti più intensi e persino le sensazioni più acute, siamo veramente poveri Sé siamo solo sani (12).
NOTE
1. C.G. Jung , "La Persona come segmento della psiche collettiva" in Opere , vo1.7, Bollati Boringhieri, Torino 1993, pag. 155
2. Ibidem, p. 156.
3. Aristotele, Poetica, Laterza, Bari 1992, p. 203.
4. L. Jouvet, Elogio del dúordine, La casa Usher, Firenze 1994, pag.58.
5. Ibidem, p.149
6. A. Phillips, Winnicott biografia intellettuale, Armando Editore, Roma 1988, p.40.
7. D.W. Winnicott, Dalla pediatria alla psicoanalisi, Psicho - Marinelli e C., Firenze 1991, p. 362.
8. D.W. Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma 1970, p. 181.
9. M. Scaccia, La veritá inventata, Edizioni Don Chisciotte, Roma 1989, p. 128
10. D.W. Winnicott, op. cit., p. 190.
11. D. Diderot, Paradosso sull'attore, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 95.
12. D.W. Winnicott, "Primitive Emotional Development", in A. Phillips, op. cit., p. 91.