Il congresso internazionale sullo psicodramma di Parigi ha fatto uscire dalla leggenda un personaggio e una terapia delle nevrosi circondati a lungo dallo scetticismo.

Parigi, settembre, Studenti della facoltà di medicina mentre interpretano uno psicodramma in aula.

L'Europeo, Parigi, settembre.

Al primo congresso internazionale di psicoanalisi, svoltosi a Strasburgo, nel 1908 c’erano pochi iniziati: dando di modestia, ma anche di senso delle proporzioni. Jung suggerì che lo chiamassero semplicemente incontro fra psicologi freudiani. Contrariamente a quelli che lo avrebbero seguito, il primo congresso internazionale di psicoanalisi non ebbe né un presidente, né un segretario, né un comitato e nemmeno un ordine del giorno. Tutto si svolse in un clima amichevole, appena turbato dalla controversia scoppiata tra Abraham e Jung a proposito della demenza precoce.

L’atmosfera che si era respirata in questi giorni alla facoltà di Parigi, in occasione del primo congresso internazionale sullo psicodramma, era ben diversa. Innanzitutto molta gente: psichiatri, sociologi, specialisti in relazioni umane, studenti di varie facoltà. Poi un’organizzazione alla americana con tabelloni, segretarie, manifesti, stand di libri specializzati, telefoni. Infime una propaganda, forse un po' troppo clamorosa: a volte sembrava di essere alla convenzione di un partito politico americano alla vigilia delle elezioni anziché a un convegno medico.

Al centro di tutto questo c’è stato un personaggio certamente unico nella storia della psichiatria, indipendentemente da quelle che possano essere le sue benemerenze scientifiche: Jacob L. Moreno. Per gli amici e per gli ammiratori semplicemente: J.L.

Moreno è l’inventore dello psicodramma, la terapia di gruppo che da trent’anni è in uso in America e gode di un gran numero di sostenitori in Europa, Italia compresa.

Attorno a J.L., come attorno a Freud negli ultimi venti anni della sua vita, si è già formata una leggenda. J.L. è il primo a parlare, se ne compiace visibilmente, trova che è la cosa più naturale di questo mondo. Lui stesso ha scritto di essere nato, “stando alla leggenda” a bordi di una nave in rotta dal Bosforo verso Costanza. Questa leggenda, che vuol far di lui una specie di eroe mitologico, Moreno la coltiva con estrema cura anche e soprattutto davanti ai giornalisti.

«C’era una volta un ragazzetto, di nome Johnny. Johnny non era particolarmente dotato, se si fa eccezione dello strano dono che egli aveva di vedere attraverso il cervello della gente. Johnny cercava sempre di immaginarsi che cosa pensassero gli uni degli altri. Ogni volta che vedeva un uomo del suo villaggio, egli si divertiva a tracciare per terra una linea, da uno all’altro, sino a quando l’intero villaggio era stato cartografato come una pianta topografica. Johnny tracciava linee rosse là dove incontrava l’amore e la carità, linee nere quando aveva a che fare con l’ostilità, l’avidità e l’ira, linee verdi quando di imbatteva nella gelosia e nell’invidia, linee azzurre quando le persone che incontrava erano sole e dimenticate. La gente si fermava spesso ad osservare la mappa magica che Johnny disegnava. Era il disegno del villaggio come realmente era e non quale la gente pensava che fosse, quando si mettevano sul loro viso le loro maschere, quando ci nascondevano le loro facce reali. Il piccolo giardino di Johnny divenne ben presto il posto dove la gente del villaggio andava di nascosto la notte per vedere sé stessa, come attraverso uno specchio.»

Se qualcuno lo guarda storto incredulo. J.L. non si scompone. Non è la prima volta che ha a che fare con gente che non apprezza esperienze che possono sembrare semplici parti della fantasia. “Non è da oggi”, avverte, “che mi accusano, ad esempio, di megalomania”. Sulla megalomania di Moreno è stato detto tutto.

«Ma che ha mai menzionato la modestia di Moreno? Tra il 1918 e il 1925 pubblicai ben dieci volumi: tutti anonimi. Fra quei libri ce n’erano di famosi: Theatre of Spontaneity, ad esempio, o anche The Words of the Father. Molti si appropriarono delle mie idee, le fecero passare per le loro. Comunque ho sempre sostenuto che le idee, una volta nate, appartengano all’universo e nessuno ha il diritto di acquistarle o venderle sul mercato, esse appartengono a tutti ...».

«Professor Moreno com’è nata la sua idea degli psicodrammi?»

«La stessa domanda me la pose Sigmund Freud nel 1912, dopo che avevo assistito a una delle sue conferenze alla clinica psichiatrica dell’Università di Vienna. Freud aveva appena finito di analizzare un sogno telepatico. All’uscita, mi chiese che che tipo di ricerche stessi effettuando, “Vede dottor Freud”, spiegai, “io comincio dove lei finisce. Lei incontra i suoi malati nell’ambiente artificiale del suo gabinetto, io li incontro per la strada, nelle loro case, in quello che è insomma il loro ambiente naturale. Lei analizza i loro sogni, io cerco di dar loro il coraggio di sognare di nuovo. Insomma insegno alla gente come credersi Iddio”. Freud mi guardò, incuriosito: sorrise e se ne andò. Qualcuno sorride ancora. Allora cercherò di spiegarmi meglio. La psicoanalisi (che Freud comunque considerava più di un metodo di ricerca scientifica che un’autentica terapia) è il metodo che, grazie al linguaggio, grazie alla reciprocazione da parte del malato della propria storia rimasta chiusa nel subcosciente, mira a liberarlo dei sui fantasmi: la psicoanalisi è affare strettamente limitato a due persone, lo psicanalista e lo psicanalizzato. Lo psicodramma mira ad ottenere lo stesso scopo, ricorrendo non alla parola ma all’azione, alla condotta dell’individuo, a quello che in inglesa noi chiamiamo “beehaviour” a quest’azione posso partecipare non solamente due persone, ma tre, quattro, cinque, tutto il mondo se necessario (penso a uno psicodramma mondiale effettuato ricorrendo alla televisione e a tutti gli altri mass comunication media”. È con l’aiuto degli altri, e rivivendo con gli altri la propria storia psicologica, è ricevendo dagli altri a nudo dei propri sentimenti che il malato finirà con il guarire, col rivedere un essere normale, padron, un essere normotico …»

«Cosa significa essere normotico?»

«Non esistono in natura esseri normali. La schiacciante maggioranza degli uomini sono normatici come me e lei: qualcosa a cavallo tra i normali e i nevrotici»

«In altre parole, i normotici sono tutti coloro che riescono a vivere senza ricorrere alla psicoterapia»

«Esattamente. Aggiungo subito che lo psicodramma non è applicabile solo ai nevrotici ma anche ai normotici. Lei va d’accordo con sua moglie?»

«Grazie a Dio sì. Ma che c’entra?».

«C’entra. Se lei per caso non andasse d’accordo con sua moglie, io potrei riappacificarvi. Con uno psicodramma. Ecco. Farei venire da me lei e la sua signora. In un primo tempo le darei una moglie ausiliaria, cioè vale a dire una specialista in psicodramma che assumerebbe temporaneamente il ruolo di sua moglie, il ruolo di sua moglie, reagirebbe davanti a lei così come reagirebbe sua moglie, in tutta spontaneità. Lei comincerebbe a rivivere le scene della sua vita quotidiana. Poi, le chiederei di interpretare lei il ruolo di sua moglie e viceversa; per mettersi appunto nei panni dell’altra. Cercherei in tal modo di riadattarvi l’uno all’altra…»

«Ma come si piò essere sicuri che tutto si svolga sotto il segno della spontaneità?»

«Se ben addestrato un individuo riesce nello psicodramma a essere più sincero che nella vita di tutti i giorni. Occorre naturalmente tutta una serie di accorgimenti tecnici sui quale mi pare inutile dilungarmi. L’importante è che il malato, o anche solamente l’uomo normatico che non va d’accordo con la moglie. In questo caso quello che non funziona il co-inconscio quel tipo di inconscio a due che si forma quando sue persone vivono insieme e che da esse è indipendente: Freud ha scoperto l’inconscio individuale, Jung l’inconscio collettivo, io J. L. Moreno, ho scoperto il co-inconscio.  L’importante, dicevo, è che il malato riviva concretamente la sua avventura psicologica in un ambiente artificiale. È la catarsi mediante l’azione: la catarsi non dello spettatore come accade nelle tragedie greche, ma la catarsi dell’attore medesimo.»

Ecco uno degli psicodrammi rappresentati nel corso del primo congresso internazionale. Due passaggi in scena: lo psichiatra e il paziente, era uno psicologo che aveva accettato di assumere quella parte.

Lo psichiatra: «Lei esce da un ospedale psichiatrico. Lei è guarito. Adesso cerca lavoro. Lei deve presentarsi domani al suo eventuale padrone. Lei è angosciato. Io sono qui per aiutarla. Avanti: lei reciti il suo monologo interno al momento di recarsi all’appuntamento con il padrone».

Il paziente: «Debbo dirgli che sono appena uscito dall’ospedale? Se glielo dico, non mi assumerà. E avrà ragioni da vendere. Insomma, sono rovinato. E allora non glie lo dico (girà tutt’intorno. Si prende la testa tra le mani). Ma, in fin dei conti, ho proprio tanta voglia di questo lavoro? In fondo stavo molto meglio all’ospedale. Dirò tutto: in questo modo nessuno mi vorrà e allora saranno costretti a riprendermi».

Lo psichiatra: «Chi le ha messo in testa che non è buono a nulla? Adesso ricominciamo tutto da capo. Ma questa volta sarà lei ad interpretare il ruolo del padrone. Io le mostrerò come presentarsi a lui…» eccetera.

Ed ecco un altro psicodramma, questo autentico, soltosi al Matteawan State Hospital, uno dei più famosi manicomi criminali degli Stati Uniti, nel 1962.    Lo psicodrammaturgo fu in quella occasione J. L. in persona: il malato era un negro di nome Joe, accusato di aver pugnalato a morte una prostituta egualmente negra. Joe, aveva incontrato in un bar di Harlem la donna e se l’era portata via: i due si erano scolati una mezza bottiglia di whisky, poi aveva violentemente bisticciato a proposito del compenso che la donna voleva per stare con Joe. A quanto aveva raccontato Joe più tardi alla polizia, sul comò della stanza giaceva un coltello: la donna se ne era impadronita, lui gli lo stava strappando dalle mani, l’aveva chiusa a chiave. La padrona di casa di Joe aveva trovato l’indomani mattina la donna stesa al suolo davanti alla porta dell’appartamento, pugnalata a morte. Nonostante le proteste di innocenza di Joe, lo avevano arrestato: i medici lo avevano trovato affetto da paranoia, lo avevano fatto internare a Matteawan in attesa che egli fosse in condizioni di comprendere di comparire davanti a in tribunale per rispondere dell’accusa di omicidio.

«Quando mi fu presentato», racconta Moreno «gli detti una cordiale pacca sulle spalle e lo ringrazia di essere venuto. “Sono qui per aiutarla dottore” disse. Gli chiesi di ricostruire sommariamente il suo appartamento servendosi di una tavola e di alcune sedie. Chesi quindi a mia moglie di entrare in uno spazio così delimitato. “Supponiamo” dissi “che questa sia la donna che tu, Joe, hai incontrato quella famosa notte”. Ma questa è una donna bianca”, obietto Joe” non importa” risposi “facciamo finta che sia una tua amica” A poco a poco, Joe rivisse quella famosa notte. Si lanciò contro mia moglie, le afferrò un polso così stretto che da lasciarle un segno rosso, le strappo un immaginario coltello, cadde indietro, si ributtò avanti, questa volta tenendo il coltello ben dritto davanti a sé. Dopo due ore di ricostruzione, nel corso della quale, dietro mio ordine, Joe si fermò di botto come colpito da una mazzata. “Debbo essere stato io a ucciderla” disse, “non può essere accaduto diversamente. Sono io il responsabile: debbo pagare per il mio delitto”. Gli chiesi come si sentisse. “Sollevato” rispose, “mi sento meravigliosamente sollevato, come liberato da un gran peso. Adesso posso affrontare la realtà”. La verità cominciava a farsi strada in Joe. Lo psicodrammaturgo è per eccellenza il portatore di verità, il “beare of truth”».

«Professor Moreno, che cosa intende con “bearer of truth”, a parte il significato letterale di “portatore di verità”?».

«Lo psicodrammaturgo quando effettua uno psicodramma, deve essere la suprema personificazione delle verità. Egli deve creare un’atmosfera di verità attorno a sé, dovunque egli appaia, nella strada, in casa, ma soprattutto sulla scena dello psicodramma. Tutti coloro che partecipano all’esperimento devono essere compenetrati da questo clima di totale onestà e sincerità. Il portatore di verità è un attore eroico, esistenziale, non un semplice testimone. Portatori di verità furono alcune vecchi profeti della Bibbia, lo fu Cristo quando entro nel tempio per scacciare i trafficanti: un portatore di verità non teme rischi e pericoli. Portatori di verità furono quei pastori protestanti che vollero che vollero condividere ad Auschwitz la sorte dei deportati. Kierkegaard fu un portatore di verità sul piano della riflessione ma, nella vita, fece fiasco: sperava di diventare personalmente un profeta eroico, ma non raggiunse mai l’obiettivo, eccezion fatta nelle sue opere. Il fallimento di Kierkegaard, come profeta, fu dovuto alla sua superiorità come psicologo. Egli sapeva troppo cose sulla verità. Ora esiste una correlazione negativa fra ciò che è importante in un atto e l’atto medesimo».

«E Freud non fu un portatore di verità?».

«Freud non cercò mai di essere un eroe, si contentò di restare nel recinto di una vita routinière. Il risultato e la nostra epoca, che è l’era dei sempre maggiori “lumi”, l’era in cui sappiamo sempre più ma “siamo” sempre di meno».

J. L., invece, è convinto di essere riuscito là dove Freud e Kierkegaard fallirono miseramente. L’uomo che mi sta davanti è in tutta evidenza, un uomo felice. In lui un solo rimpianto: non aver potuto dirigere lo psicodramma del processo intentato ad Adolf Eichmann. Aveva fatto appello a tutte le maggiori autorità di Israele. Il procuratore generale di Gerusalemme, Hausner, tagliò corto con la seguente lettera:

«In risposta alla vostra del 30 maggio 1961, intendo dissociarmi completamente dal vostro suggerimento. Quello che intendiamo tenere a Gerusalemme non è uno psicodramma né un sociodramma. È un processo a carico di una persona accusata secondo la procedura di legge. Non vogliamo che sia trasformato in qualcosa di diverso».

Massimo Olmi

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