LA MODA PROIBITA, IL PRIMO DOCUMENTARIO ITALIANO SULL’ALTA MODA ITALIANA di Ottavio Rosati:
Nel 2012, sazio di psicodrammi pirandelliani, misi in piedi con Plays Italia un progetto cinematografico su Roberto Capucci il celebre couturier che avevo conosciuto negli anni Ottanta ai festival musicali estivi, da Verona a Salisburgo. La sua scheda su IMDb dice: his works appeared in the Museums of Munich, Wien, Berlin, Paris, New York, Washington, Luxembourg, Stockholm, Madrid, Strasbourg, Moscow, London, Lisbon, Firenze, Saint Petersburg and other cities.
Una bibliografia sterminata. Una laurea honoris causa. A fare un film su di lui ci avevano provato in molti ma nessuno c'era riuscito. Annunciai il lavoro con questo pitch: LA MODA PROIBITA: IL PRIMO DOCUMENTARIO ITALIANO SULL’ALTA MODA ITALIANA.

Al mio fianco avevo una fidanzata inglese, detta Vertìgo, che mi remava contro anziché rendersi conto che stavo realizzando il primo documentario italiano sull’Alta Moda Italiana. Alla mia identità di regista lei preferiva un Ottavio-bancomat da trascinare nelle boutiques di Trastevere.
Per fortuna, ad aiutarmi sul set e fuori, c’era il mio allievo Francesco Marzano, detto Fresco, proiettiva incarnazione del Puer Aeternus ma per molte cose, coi piedi a terra più di me. Francesco ha la metà dei miei anni, ed è napoletano, simpatico e generoso . Noi due condividiamo tre cose: Ferenczi, Totò e una natura GLBTetc. Anche se i nostri obiettivi erano diversi. Lo scopo della mia vita, avendo già una figlia, era di fare dei film. Quello di Fresco era di sposarsi con un coetaneo e fare dei bambini
Non potevo assumere un assistente di professione, perciò ripagai Fresco che veniva da una famiglia onesta e semplice, con l’iscrizione alla scuola di specializzazione e con otto anni di didattica analitica e la supervisione dei suoi primi pazienti. Passò da tirocinante della scuola Ipod a specializzando e si diplomò con una tesi su cinema LGBT e psicodramma che poi trasformò in un romanzo: Ciak si gioca.
Enrico Santori gli passò le chiavi dello studio dove gli insegnai l’uso della Scacchiera, al livello di Luciana Santioli e pochi altri. Facile perché Fresco sapeva vita, morte e miracoli dei personaggi dei comics, da Disney a Miyazaki e ne portò altri, come Sailor Moon, di cui ignoravo l'esistenza.
Per il film, scherzando e ridendo, svolse una dozzina di ruoli e mansioni pratiche per cui alla Rai ho sempre avuto una redazione. Era la prima volta in vita mia che avevo al mio fianco un assistente elastico e sempre-presente che mi aiutava a realizzare un progetto artistico dandosi da fare e scherzando nei momenti di crisi, panico, povertà. Non so se lo dico come tutor/assistito o dal punto di vista dei giochi di ruolo. O dal punto di vista archetipico... Ma credo che pochi genitori biologici hanno avuto la GG (Grande Gioia) di dare e prendere da un loro figlio in gamba l'aiuto e la complicità che ci siamo scambiati noi due durante i sei anni della produzione de La Moda Proibita. Forse non era tutto quello che mi e gli serviva. Ma era tutto quello che ci potevamo dare senza avarizie. Vaffanculo compresi. Il massimo della amicizia. A ripensare a questa GG mi commuovo.
A Cinecittà, sei anni dopo, Elda Ferri ed io convenimmo che Fresco meritava i credits di produttore esecutivo perché La Moda proibita era IL PRIMO DOCUMENTARIO ITALIANO SULL’ALTA MODA ITALIANA. Il pitch ormai era un meme che tiravo fuori nei momenti difficili per alzare il morale della troupe. Ma anche della scuola di specializzazione in psicodramma che invitavo a collaborare in ogni genere di ruolo: attore, tecnico, supervisione culturale e clinica alle dinamiche della produzione.

Il progetto Capucci, dopo il docufilm Generazioni d’amore su Fernanda Pivano, per me non era solo un film d’arte. Era anche una ricerca innovativa sullo psicodramma e un esperimento sul gioco dei ruoli. Prima di tutto perché costituiva la terapia dei miei amori e traumi pivaneschi, attraverso il fare e l’agire, come insegna J. L. Moreno. E poi perché, sulla scia di Da Storia nasce Storia (Rai3) e Fantasmi (Cinecittà Holding) volevo mettere lo psicodramma al servizio della Forma più che della Vita. I critici hanno definito Capucci Il Re del Bello e un artista prestato alla moda: di forme lui se ne intendeva. Poteva insegnarci molte cose sull’etica dell’estetica e sull’importanza delle immagini artistiche che James Hillman ha celebrato nel suo libro La Giustizia di Afrodite. Roberto conosce i colori, così come io so a memoria i film di Fellini. Anche noi potevamo sorprendere Roberto Capucci che, passati due anni, in un’intervista a Panorama disse che Rosati non finiva mai di girare: Ma che sta facendo, la Bibbia?
“Nemmeno il Maestro, risposi, si rende conto che La Moda Proibita è il primo documentario italiano sull’Alta Moda italiana? C’è bisogno di tempo!”
Subito mi colpì il fatto che Valentino: the Last Emperor, il film di Matt Tyrnauer del 2008, (che si concluse con lampi di puro odio verso negli occhi di Garavani e Giammetti verso il povero regista colpevole di aver umanizzato due manichini eccellenti) era frutto di 250 ore di riprese (dal 2005 al 2007). Non sospettavamo che le nostre riprese e ricerche sarebbero andate avanti fino al 2018 per un ammontare di ore ancora più alto. All’inizio del viaggio, partito da una mostra alla Venaria Reale di Torino, disponevamo di molta energia carica di intuizioni. Decisi di filmare in 3D perché i vestiti di Capucci sono delle architetture di stoffa e volevo girargli attorno con la steadycam.

Iniziai con un cortometraggio di 20 minuti sulla mostra di Torino Alla Ricerca della Regalità del 2013 e Roberto lo commentò così: Caro Ottavio, ho visto l’inizio del tuo documentario "Le code le Ali" sulla mia mostra alla Venaria Reale. Sono rimasto entusiasta dell’energia che hai messo in questo video. Svelto, giovane, veloce e interessante. Quanta fantasia e immaginazione! Andiamo Avanti e mettiamo tutto questo nel film. Un abbraccio affettuoso.
I rapporti tra noi e Capucci, tra cene, interviste nel suo atelier ai Fori e riprese nella villa del fratello sull'Appia antica, divennero amichevoli. Le difficoltà sarebbero emerse solo nelle fasi di post-produzione e soprattutto di promozione. Il cinema è un gioco di squadra e Capucci da bambino giocava da solo coi colori. Non a pallone.
A chi mi accusava di essermi innamorato del suo talento e di idealizzarlo, rispondevo che il mio inconscio voleva così. Ero felice di lavorare con un genio. Punto e basta. Per anni mi calai in una ricerca sulla storia della moda e le sue tecniche. Nell'atelier ai Fori Romani, ricevemmo da Serena Angelini, storica dell’atelier, e dal nipote Enrico Minio, curatore della Fondazione Capucci, molti documenti e foto per narrare la storia dl couturier che molti considerano l’unico erede di Balenciaga.
Il suo debutto a 18 anni avvenne a Firenze nel 1951 grazie al marchese Giovanni Battista Giorgini che, con una manovra diplomatica, riuscì a imporlo ai giornalisti di tutto il mondo aggirando la proibizione delle Sorelle Fontana e di Emilio Schuberth, Carosa, Alberto Fabiani, Simonetta, Jole Veneziani e Germana Marucelli.
Seguendo e inseguendo il Maestro nelle sue conferenze e mostre in Europa, scoprimmo la personalità (agli antipodi di quella di Saint Laurent) del ragazzo per bene dell’alta borghesia romana destinato a diventare il sarto più eccentrico dell'aristocrazia romana, della "Hollywood sul Tevere" ma pure di Rita Levi Montalcini che nel 1986 ritirò il Nobel indossando un suo vestito di gala con la coda. Un doppio successo che Capucci aveva organizzato per anni nei dettagli.
Fresco veniva da una famiglia abituata alle economie. Io ero nel mezzo tra lui e Capucci che era stato viziato come usa l'alta borghesia. Dal punto di vista sistemico, questo dava origine a una dinamica divertente ma ardua dove non sempre tutti potevano capire tutti. Capucci spiegò come e perché, dopo decine di collezioni di successo, smise di sfilare ed uscì dal sistema commerciale della moda per esporre le sue creazioni nei musei di tutto il mondo, con la protezione del Ministero dei Beni Culturali anziché dell’industria della moda. Dove tutto si faceva per soldi.
Per me questa era una scelta esemplare, un vero processo di individuazione alla Jung. Secondo Fresco invece questa decisione era stata solo un lusso da privilegiati. La cosa più stupefacente è che alcune clienti di Capucci, dopo qualche tempo donavano alla Fondazione Capucci gli abiti che gli avevano commissionato, in modo da proteggerli. Tutto sommato, lo pagavano per fargli un regalo e lo ringraziavano di essersi espresso facendole belle coi suoi capolavori. Dal punto di vista psicoanalitico è una relazione oggettuale rara e complessa. Come aveva fatto? Proposi a un'allieva di Ipod di farci su la sua tesi di specializzazione. Non ci riuscì.
Fresco non aveva mai visto un attico come quello di Capucci circondato da una terrazza giardino che inquadra i tre atti di Tosca: S. Andrea della Valle, palazzo Farnese e Castel S. Angelo. Però un giorno sbottò: Ma perché durante le interviste non ci offrono nemmeno un bicchier d'acqua? Non è una cosa chic? Sua madre avrebbe fatto gli spaghetti per tutti i presenti, come quella di Scorsese.
Correndo su e giù per l'Italia su una piccola Fiat rossa (la Panda dei Super Eroi) col montatore e l'operatore ritrovammo video, foto e articoli. Rintracciammo con mesi di ricerca un vecchio VHS della mostra del 1996 al Teatro Farnese di Parma fatto e smarrito da Enel e Rai International dove tutti i capolavori di Capucci erano montati nello straordinario anfiteatro di legno.
Un giorno di pioggia, facendo il casting, fermai un ragazzo identico a Roberto a 18 anni e lo scritturai al volo come attore per le scene con Giorgini. Non ne voleva sapere ma cedette quando gli dissi: Sai, la moda proibita è il primo documentario italiano sull’Alta Moda italiana. Un giorno potrai dire ai tuoi nipoti: c’ero anch’io.
Col montatore Filippo Orrù, al suo brillante debutto, pensai nel 2013 di far danzare tra i fotogrammi del film i personaggi immaginari di Capucci che sarebbero stati esposti da Heike Schmidt agli Uffizi di Firenze. Erano così spettacolari che nel 2019 avrei proposto a Capucci di ricavarne costumi per una mostra con coreografie che avevo progettato per piazza del campo a Siena. Il sindaco (di destra) delirò: pensava di animarla all'aperto su carrucole sospese in aria o su carrelli nello stile dell'Orlando Furioso di Ronconi. Ne parlai a Daniele Cipriani l’impresario di balletti, che poi avrebbe realizzato il progetto a Spoleto, senza carrelli e senza noi. Ma anche questa è un'altra storia.
Durante il montaggio un critico disse che di questi disegni immaginari nel film ce n'erano troppi. Quando finsi di averli dimezzati di numero tutti convennero che così era meglio. Avevo preso il trucco da una storia di Michelangelo letta in quarta elementare.

Tra i testimonial: Anna Fendi, Rajna Kabaivanska, Pier Luigi Luisi, Sidival Fila, Eike Schmidt, la principessa Maria Pace Odescalchi, Sylvia Ferino che accosta le creazioni di Capucci ai quadri di Arcimboldo, Adriana Mulassano che contrappone il genio di Capucci a quello di Chanel e Armani. Tutto imprendibile, faticoso e anti-industriale, come speravo, e volevo. Divertente quando il couturier era alle prese con certe spose viziate di famiglie ricche, che il couturier metteva alla porta senza tanti complimenti quando se ne uscivano: Lei, Capucci metta pure la coda al vestito. Poi magari prima dell'altare la tagliarmo con le forbici. La produzione del film divenne un moda-dramma comico ed estetico. Atipico perché gli psicologi sono abituati a mettere la lotta alla sofferenza prima di tutto, come se la psiche non potesse esistere anche nella creazione della bellezza.
Nel docu-film ricorre la celebre opera Oceano che il Ministero italiano degli Affari Esteri commissiona a Capucci nel 1998 per l’Expo di Lisbona come incontro di arte ed ecologia per la salvaguardia dei mari nel futuro. L’abito-scultura è composto da duemila piccole strisce di sete plissettate a vapore e cotte in micro-fornaci in 172 sfumature di azzurro e blu, dal profondo fino ad arrivare al trasparente. Ha richiesto 200 metri di seta e il lavoro di cinque sarte che hanno lavorato per sei mesi.
Aggiunsi all'oceano una goccia di fiction. Al colore azzurro dell'opera contrapposi la storia in rosso di una ragazza media che vorrebbe sposarsi in un abito di Capucci. Una notte si nasconde sotto un abito da sposa della Venaria e sogna di essere uno studente di psicologia che porta in metro il Libro Rosso di Jung dove ha trovato il disegno di un Maṇḍala identico a un figurino di Capucci. L'attrice era una studentessa bellissima della scuola. Aveva fatto diversi psicodrammi salvifici della sua vita erotica.
Roberto raccontò il suo incontro felice con Silvana Mangano e Pasolini, quello con la mitica Anna Magnani che poi si rifiutò di vestire perché aveva offeso le sarte dell'atelier (voleva solo uomini...) e quello con Sophia Loren che pretendeva di pagare il conto facendosi fotografare con lui. Ma era troppo alta. Quando Capucci ci parlò del suo rifiuto del prêt-à-porter e della lotta commerciale, davanti agli studenti dell'Accademia di Ferentino che lo interrogavano sul futuro dell'Alta Moda, fu elegante. Loro tremavano, lui li incoraggiò in ogni modo. Catturai un PP esilarante quando una ragazza piena di buon senso gli mostrò un vestito smontabile per mamme che sembrava una nursery con pannolini annessi. E Capucci commentò è una casa.
La storia di Roberto era una storia pulita senza scandali, marchettume e cocaine, in controtendenza al carattere commerciale, psicotico e maudit di uno stilista come Alexander McQueen (suicida a 40 anni) e di imprenditori come Versace o Dolce e Gabbana per cui non girerei niente, nemmeno con un tassametro di regia che segna mille dollari a fotogramma

Adriana Mulassano che collaborava alla sceneggiatura mi raccontò una frase di Versace ad Armani: Giorgio, tu vesti le signore, io le puttane, Capucci i sogni.
La solarità di Roberto, la sua convinzione che chi è nella moda è già fuori moda era lontana dalle abitudini del grande anzi del grosso pubblico. Io lo ammiravo. Fresco no. Questo Capucci senza Ombra, secondo lui, avrebbe reso difficile l'identificazione degli spettatori. Peggio per loro protestai: la televisione di oggi, persino per far accettare al pubblico un personaggio come Leonardo da Vinci, lo incarta in storie eterosessuali false e pop. Mi rifiutavo di farlo. Non sospettavo che le nostre Ombre in quel momento stessero ridendo di noi alle nostre spalle. A ben vedere, avevamo ragione tutti e due.
Era Natale quando Capucci, nel lato Castel S. Angelo del suo attico, tirò fuori una scatola e ci mostrò l'album dei disegni comico-sessuali delle eroine della lirica da Tosca a Traviata. Non l'aveva mai rivelato a nessun giornalista. Erano immagini satiriche, tra Botero e Jacovitti, dove i peli di sesso e ascelle ascelle erano fatti con ciuffi di visone. Il maestro si fece promettere che non li avrei montati. Io ovviamente filmai tutto: la mia promessa e i suoi disegni. Montai solo quello soft de La Vedova Allegra nella scena in cui Roberto dice che da bambino credeva che le amiche della madre (vedova) portavano grandi tacchi per schiacciare i bambini. Quando Capucci la vide rise e commentò: com’è che dici sempre? E’ il primo documentario italiano sull’Alta Moda Italiana. Per farlo bene devi essere un figlio di puttana.

Scherzando e ridendo, dopo tre anni avevo esaurito il budget di produttore indipendente derivato in larga parte dalla scuola di specializzazione in psicodramma. Fresco era terrorizzato. Io no. Mi ispiravo a Fellini che s'era giocato la casa al mare per pagare le scene di Mastorna e di Hitch che aveva impegnato la villa con piscina per fare Psycho: dopo 37 anni, per due mesi mese non pagai l'affitto ai Torlonia, rischiando lo sfratto. Decisi di passare dalle riprese in 3D a quelle normali, quando con la terza dimensione sparì improvvisamente anche il Maestro. Perché?
Mandammo un gigantesco uovo di Pasqua ma non ci furono riscontri. Mail e telefonate senza risposta. Mi rivolsi a un mio ex paziente detective e venni a sapere che Capucci era assorbito da vicende legate alla cessione del suo marchio per il prêt-à-porter a una magnate del mondo dei mattoni (e collezionista di marmi) con cui ebbe subito allergie e conflitti.
Poco dopo il Museo Capucci fu trasferito da Firenze a una irraggiungibile villa palladiana vicino a Gorizia: era una manovra culturalmente inqualificabile, se non criminale, di cui non sto ora a denunciare i responsabili. Perché nessun ministero o assessorato tutelò l’opera di Capuci aprendogli uno spazio pubblico di cui Roma è piena?
Fu il primo incidente di questa storia. Il grande couturier non aveva al suo fianco un uomo di poteri forti in grado di proteggerlo. Non c'era nessun amico o compagno come Bergé o Giammetti, o Mattioli o Luti o Galeotti. Capucci ne subì un danno morale e pratico negli anni in cui il suo genio quasi novantenne avrebbe dovuto contare sulla massima protezione. Tutto questo non impedì al Maestro di fare nuove mostre e di andare in gita in India su un pallone aerostatico con un gruppo di amici.
LUCIO e LA MARMOREA
Approfittai della pausa per scrivere la sceneggiatura di L'architetto di Venere uno spin-off di cui girammo un teaser a Napoli con Nick Rizzini e la cantante Anna Lia Perna. La sezione Cinema del Mibact lo definì opera di rilievo artistico e culturale. In questa storia il maestro è l’ideale di Lucio, un ragazzo napoletano, figlio di una sartina e di un carabiniere ucciso dalla camorra. Lucio pretende di laurearsi a tutti i costi in psicologia con una tesi sul rapporto tra i disegni di Capucci e quelli creati da Jung per il Libro Rosso. Sintomo grave. Ingenua follia. Cinque anni dopo compresi che Lucio ero io, forse un'ibridazione di Ottavio e Fresco che viaggiano nella metropolitana di Napoli allucinando mandala e abiti da sera.
Ero precipitato in una lussuosa miseria di tutto tranne che di resilienza e del rimorso spese (volevo scrivere rimborso). Il primo documentario italiano sull’Alta Moda Italiana viveva un momento difficile. Come uscirne? Dal momento, intendo. Non dal film.

La fedeltà di Francesco al mio progetto implicava temporali e litigi transferali in cui ognuno di noi dava il peggio della propria nevrosi. Ma in nessun momento minacciò di rompersi in due. Questa lealtà era incasinata ma mi aiutava ad avere idee a raffica. Buone e cattive.
Invitai a co-produrre il progetto una palazzara romana collezionista di marmi e nota come La marmorea. che stava aprendo delle boutique Capucci anche all'estero. In cambio della collaborazione l'avrei autorizzata a usare una clip del girato per la sua pubblicità a Teheran o in Cina. La marmorea si fece accompagnare dal suo autista alla nostra sede, stretta in un tailleur nero di Chanel meno largo del necessario. Faceva parte di quella fascia socio-culturale degli imprenditori meloniani che non hanno i piedi a terra ma il fango sui tacchi. Parlava molto della sua famiglia e della sua boutique. Non sapeva niente di cinema (confondeva scenografia e sceneggiatura) e non era curiosa di quello che stavamo facendo. Pensava solo in termini di soldi. Lasciò cadere la mia proposta di collaborazione dicendo che magari un suo socio cinese poteva avere un cugino video-maker in grado di fare lui il corto per la boutique... Saltò fuori che il suo interesse per Capucci nasceva dal tentativo di motivare sua figlia a occuparsi di Alta Moda per tenersela stretta. La figlia intendo. Uscendo dichiarò che il proprietario del palazzo avrebbe dovuto rifare gli impianti elettrici a norma.
Partì un sub-plot comico con due operatori pubblicitari di cui uno si chiamava anche lui Francesco. Lavoravano per la signora dei marmi di destra e sembravano la classica coppia dei furbacchioni maldestri tipo il Gatto e la Volpe alla Disney. Chiesero una dozzina di volte una copia urgente del DVD per fare le 'prove' di una proiezione del film al Centro Campari, fissata a due mesi dopo. Ovviamente ci rifiutammo di dare il disco. Di che prove parlavano? Un DVD si infila e basta, non si prova. Semmai si prova il riproduttore. Era ovvio che volevano il DVD per usarlo a fini pubblicitari all’estero. Infatti, il giorno dopo, Fresco riceve per sbaglio una telefonata ansiosa del Gatto (che ha sbagliato numero e crede di parlare con la Volpe): Senti, Francesco: guarda che non c'è niente da fare con Rosati. Il DVD non lo mollano...
Roberto si divertì quando gli raccontammo la vicenda ma non si stupì. Del resto ci aveva chiesto di non invitare la signora dei marmi all'Ara Pacis. Lo stile di vita del maestro creava un campo morfogenetico alla Sheldrake ostile alla pubblicità e anti-mercantile. Era una cosa più forte di lui.

Quasi al termine della produzione chiamai Silvia, una mia cara amica che, anni prima, era stata la film maker di alcuni video su vari sociodrammi e si offrì di metterci in contatto con una agenzia inglese di distribuzione. Dichiarò che voleva darci una mano a titolo gratuito, giusto per riallacciare i suoi rapporti con la Rai tramite un progetto prestigioso. Però, quando andammo dal mio avvocato per scrivere il suo contratto, Silvia chiese il ruolo di Produttore Delegato e saltò fuori che aveva già iniziato a delegarsi da sola a nome di Plays. E quando l'avvocato la fermò, lei ci fece causa. Per me era una sciocchezza (una spesa di produzione imprevista, come tante...) ma per Francesco fu un trauma, era una cosa assurda, gravissima...
Decisi di affrontare questo ed altri problemi davanti al gruppo di psicologi in formazione con un'inversione del ruolo terapeutico. Mi misi in discussione da paziente. Sia come protagonista di sociodrammi su quello che stava accadendo nella realtà del lavoro. Sia in psicodrammi sul transfert incrociato tra Fresco e me. Gli studenti, dopo un'esitazione iniziale, accettarono la consegna e furono contenti (e capacissimi) di mettere a nudo i miei punti deboli. Naturalmente - in parallelo - continuavo a portare il mio sogno produttivo al mio analista Stefano Carta.
Secondo Carta il vero protagonista del mio progetto era il giovane psicologo Lucio che - da regista - era stato traumatizzato dalla Pivano col suo tentato aborto del nostro film/figlio GENERAZIONI D'ìAMORE. Ota stavo proiettando sul genio di Capucci il Sè proibito di Ottavio da raggiungere alleandomi a un genio gay viziato dalle donne,
Non tutto il male vien per nuocere: l'incidente fece sì (per dirlo in chiave kleiniana) che, dopo il seno cattivo, il mio inconscio mi autorizzasse a trovare una madre buona. Fu Elda Ferri (la produttrice di Jean Vigo Italia, moglie di Roberto Faenza) a salvare con coraggio e generosità il nostro progetto sia concretamente che col suo rispecchiamento: “È incredibile che finora siate riusciti a fare tutto questo da soli… il materiale è bello. Gran lavoro! Capucci poi è un genio…”.

Elda Ferri aveva capito che "Lucio" aveva fatto trattamenti, casting, riprese, animazioni, montaggi, sopralluoghi, consulenze, fundraising, resilienze, viaggi e pratiche ministeriali, ma anche psicomagie, ipnosi ericksoniane, immaginazioni attive e passive, sogni, psicodrammi, socioplay, giochi di ruolo, blitz, agguati, omaggi, veglie, incubi, meditazioni, agopuntura, pellegrinaggi e investimenti.
Giò lo sciamano
Mi rivolsi anche a Giò, un medicine man che opera in Africa e in Sardegna (nella orribile città di Nuoro) famoso per aver liberato un ristorante dalla salmonella nel giro di una notte. Passava per essere uno capace di una specie di magia operativa che influenzava positivamente lo stato delle cose. Insomma uno pratico. Mi presero tutti in giro per la mia decisone ma io ci andai in nave e ci misi dieci ore. Mentre gli raccontavo la mia storia ebbi l'impressione che tutto quello che dicevo lui lo sapesse già. Era molto alto e sembrava un uomo buono e semplice. A un certo punto chiusi gli occhi e feci un sognettino pazzesco dove non mi trovavo a Nuoro in via Aldo Moro (statista) ma a Vienna (Bergasse 19) in casa Freud davanti a Sandor Ferenczi che mi diceva: "Tu vuoi sentirti dire grazie del tuo film. Perciò hai spostato su Capucci il regalo che hai fatto alla tua Pivano". Quando riaprii gli occhi mi chiesi se dovevo riferire a Giò questa raffinata interpretazione ma lui mi azzittì alzando un dito. Lanciò per terra un barattolo di conchiglie. Guardò la forma e disse: “Tranquillo. I guadagni dal tuo film ti arriveranno ma non subito… dopo che hai inventato una cosa nuova”. Disse altre cose che ho dimenticato tranne l'ultima: "Il ragazzo che ami è una donna". E, dopo aver chiesto un onorario irrisorio, mi abbracciò e mi donò una giacca di lana del Nepal che è tra le realtà più calde che io abbia mai ricevuto. Grazie.
Al MIA MARKET scoprii che il titolo di un film conta quanto il film.
Tornammo a curare i rapporti tra Capucci e i testimonial, soprattutto Anna Fendi. Per registrare la sua dichiarazione Roberto è il dio della moda e il paragone con Armani e Lagerfeld bisognò coprirla di fiori. Costrinsi Roberto a soddisfare almeno una delle cinque richieste della signora Fendi: che le facesse un disegno. Che invitasse lei e il suo uomo a cena a casa sua. Che ritrovasse una lettera perduta... etc. Andammo anche a una Fendi-cena di beneficenza in campagna con Emma Bonino. Il Maestro era assente e dovetti prendere il suo ruolo a tavola seduto accanto a una mezzastar che mi dissero essere la Cucinotta (ma come non lo sapevo?) mentre il timido Filippo montatore, si finse me Ottavio che non sono timido. Ma ci riuscì benissimo.
Tra i personaggi con cui ci mise in contatto Elda Ferri: Roberto Cicutto che, come presidente dell’Istituto Luce, fu felice di dare il giusto riconoscimento cinematografico a un esponente dell’eccellenza italiana. Visto che LMP è il primo documentario italiano sull’Alta Moda Italiana, Cicutto progettò il DVD e una serie di viaggi a Festival dove però Capucci non volle venire. Salvo poi lamentarsi di non avere anticipi sulle vendite.
Cicutto mise in piedi col suo stato maggiore di collaboratori un’anteprima mondiale del film alla sala Fellini di Cinecittà per l’apertura della settimana di AltaRoma del gruppo Fendi. Cade qui il secondo turning point che portò al terzo atto.
Per evitare di accostare il suo film a una mostra sui costumi di Raffaella Carrà, icona del pop, Capucci, mezz’ora prima fece un acting della sua sub identità divistica. Decise all'ultimo momento di non arrivare alla prima de La moda proibita e fermò anche gli amici che aveva invitato. Dubito che conoscesse la famosa battuta di Nanni Moretti (mi si nota di più se vado o se non vado?) ma fu molto Ecce Bombo. Come regista ci restai male. Come psicodrammatista non feci un plissè (ci vuole altro per turbarmi...). Come produttore mi resi conto che per colpa del Maestro avevamo offeso una dozzina di persone nei posti chiave e che l'avrei pagata cara. Io. Persino col mio assistente furibondo ma insostituibile.
Fresco osservò che l'Ombra del maestro era arrivata nella realtà ma non si vedeva mai nel film dove avevo ritratto Capucci come un ideale irraggiungibile. Continuai a difendere il mio punto di vista ma Fresco iniziò a contestarmi senza smettere di fare il suo lavoro. Un giorno che confessai: Se tu avessi una famiglia ricca, ti avrei chiesto di aiutare il film, lui mi rispose: ma io l’avrei già fatto di mia iniziativa!
Al momento non ero in grado di capirlo ma ero in-castrato tra due estremi generazionali (i vecchi e i giovani di Pirandello) esponenti - diversamente gay - di due realtà socio-economiche italiane agli antipodi: la classe operaria di Caivano e l'alta borghesia romana di Monte Mario. Il guaio è che - da bisex del quartiere Trionfale- li amavo entrambi costringendoli a una mini orgia creativa dove gli invitati, anziché spogliarsi, si vestivano a festa.
Utilizzai tutto il mio training confuciano per interpretare gli autogol di Capucci in cinque diverse ottiche psicoanalitiche e me ne feci una ragione. Abbastaza. Il mio analista Stefano Carta al quale ho dedicato il film, mi invitò a non fare mai più agiografie di talenti o geni viventi. A un certo punto i protagonisti rischiano di sentirsi esautorati dall’autore del film e lo sabotano. Forse lo invidiano come il regista invidia loro.
Elda Ferri si servì della pausa per aggiungere delle musiche e ritoccare il montaggio a spese di Jean Vigo Italia. Cicutto mi fece capire in modo serafico che il Luce avrebbe anche potuto organizzare una seconda Prima. Ci vollero nove mesi di mediazione e relativi costi per viaggi ed omaggi. Finalmente i due Roberti (Capucci e Cicutto), Elda e io, ci abbracciammo in un pranzo offerto da casa Capucci, in un profluvio di cervi d'argento e corallo, come se non fosse mai accaduto niente di antipatico. I Cicutto arrivarono con un mazzo di peonie. I Ferri portarono una tanica d'olio fatto in casa. Capucci offrì una guancia di vitello ma non aggiunse un posto a tavola per Fresco.
Scegliemmo come sede della seconda prima internazionale l’Ara Pacis dove Valentino aveva fatto anni prima la sua Mostra Rossa e dove Capucci ricevette una standing ovation. Adriana Mulassano prima della proiezione raccontò una storia su Armani e Capucci di molti anni prima. Fu forse il giorno più bello della mia vita e non c'è bisogno di scomodare le teorie di Kohut per spiegarlo. Fresco portò all'Ara il suo nuovo fidanzato, architetto, conosciuto un anno prima alla prima prima.

Tutto ciò non impedì al maestro nei mesi successivi di sabotare inconsciamente la pubblicità del film. Tuttora (2024) Capucci, in un continuo doppio legame, non conosce i meccanismi della distribuzione e, se glieli spieghi, non li ricorda. A un certo punto una conduttrice pop Mara Venier lo invita a Domenica In. Il Luce non concede 30 secondi del film a titolo gratuito e il maestro durante la diretta dimentica di dire che La moda proibita è il primo film italiano sull’Alta Moda Italiana. Tutto questo ebbe una conseguenza: LMP fu acquistata e messa in onda non dalla Rai ma da Sky Arte.
Il lunedì dopo il programma della Venier Fresco e io dovevamo andare a trovare il maestro per riportargli un IPAD rotto che Fresco era riuscito a fargli riparare.
"Hai preso l'IPAD?" domando.
“Sì. Ma la pistola dello psicodramma dov'è?”, sogghigna Fresco.
“Ah, ah! Ma è una pistola a salve. Non funziona.”
“Non importa. Il botto potrebbe essergli comunque fatale. Spero.”
“Non scherziamo su queste cose.”
“Lui, da bambino, era celebre per i suoi scherzi e pure io”, sospira Fresco, mentre io nascondo la rivoltella prop.
"Sono rimasti i buoni per il taxi o andiamo a piedi?"
"Meglio a piedi così gli compriamo un mango a Campo de' Fiori,"
Il genio di Capucci è allergico al mondo del marketing TV e a quello della moda normale, delle sfilate e delle boutique come quella che hanno da poco aperto a suo nome a Roma.
E qui accadde uno splitting di sentimenti e punti di vista. Mentre io (che avevo gestito tante Fiere della Pivanità) reggevo lo stress e difendevo i diritti speciali del Genio. Francesco iniziò a inveire sempre più rabbiosamente contro l’Ombra del Genio, specie quando il Maestro declinò anche la presentazione del film in Canada. Dove contavamo di venderlo alla televisione.
Alle presentazioni in Europa ci andammo da soli. Finché l’ambasciatore italiano ci invitò tutti a Vienna per una cena [era pure il giorno del mio compleanno] e fui io a rifiutare. Intuizione giusta perché il giorno dopo scattò il lockdown per il Covid: Capucci sarebbe rimasto chiuso in quarantena all'Istituto di Cultura italiano. E noi con lui. Sarebbe stato un Marat Sade nella città di Freud. E non ne saremmo usciti vivi.
Rifiutai anche l'invito agli Amici della Scala perché il budget stanziato dalla signora Anna Crespi (Corriere della Sera) non poteva pagare il biglietto di Fresco. Invece pagò tutto a tutti il Centro Campari dove al bar non trovai un Campari Soda ma in compenso La Moda Proibita fu proiettata su un grande video wall continuo fatto di 15 schermi affiancati.

Intanto Fresco continuava lentamente ma inesorabilmente a maturare come un mango. Il Puer con i piedi per terra non prese mai distanza dalla produzione ma solo dalla gioia di farne parte. A film fatto, mi domandò se poteva avere una parte dei futuri guadagni derivati dalle vendite e dall'home video. Risposi di sì. Lui ed io eravamo gli unici del cast artistico e tecnico a non aver preso un euro. Avevo dato un anticipo persino a Capucci come sorpresa nel l’uovo di Pasqua invitandolo ad immaginarselo con uno zero in più, alla Jodorowsky.
Naturalmente questa svolta del Puer, prese anche colori saturnini e plumbei che - problemi transferali a parte - derivavano da inesperienza produttiva. Decisi che potevo, volevo e dovevo sistemare la cosa. La mamma di Francesco era ottimista. Quando seppe che avevo ritrovato, davanti a una statua di Padre Pio a piazza Navona, il portafogli che avevo smarrito a piazza Farnese, gli mandò un sms: France', non lo lasciare mai a Ottavio che è un uomo fortunato.
Bresson diceva: in cinema chi fa col meno può fare col più ma di rado accade il contrario. A conti fatti, sono felice di aver realizzato La Moda proibita e mi sento grato per l'aiuto che abbiamo avuto da tante persone che ammirano Roberto e hanno avuto fiducia in Plays. Il nostro non è solo un tributo all’Alta Moda italiana. E’ un monumento per un couturier italiano che oggi sui siti compare accanto a quelli su Valentino, Anne Wintur, Yves Saint Laurent, Diana Vreeland, Armani e Dior.
Che l’impresa Capucci, genio della moda anti-industriale, non sia stata una follia estetizzante del suo direttore ma una ricerca e un’impresa valida e interessante anche per la scuola Ipod, me lo fece pensare anche una sincronicità che sarebbe piaciuta a Jung e alla von Franz.
Di che si tratta?
Avevamo appena completato l’home video del docufilm che la mia amica Vera Fazio, responsabile del catalogo film dell’Istituto Luce, mi propose di collaborare a un loro nuovo DVD: Psychodrame su J. L. Moreno, girato nel 1956 da Roberto Rossellini per la RTF.
Ne sapevo qualcosa? Certo che sì. Ne sapevo quasi tutto. Volevo collaborare alla redazione del booklet? Potete immaginare la risposta.
Il filmato di Rossellini era il primo esperimento concreto di quello Psicocinema (teorizzato nel 1940) che nel 1991 mi aveva portato a realizzare la serie di Da Storia Nasce Storia con Rai3. Avevo cercato invano il mitico filmato Psychodrame per anni in Francia e ora era arrivato [in ritardo di 53 anni] grazie a Marco Greco (lo psicodrammatista direttore del Moreno Museum) che lo aveva appena individuato in Francia negli archivi della Schutzenberger col titolo Vite, Vite:
Una seconda coincidenza: le stesse parole Vite, vite (in francese: presto presto! ) che la Schutzenberger ripete nel filmato di Rossellini (per esortare Moreno e gli altri a lasciare liberi gli studi…) sono al centro dell’unico psicodramma di DSNS di cui sono protagonista anziché conduttore: Storia di un treno. Era accaduto mettendo in scena in scena un mio sogno misterioso, in cui mi trovavo davanti a un passaggio a livello surrealista: all’arrivo del treno, gridavo alle auto sui binari: Vite, Vite!
Il cerchio si chiudeva nel migliore dei modi. I fatti, anzi gli eventi non previsti né prevedibili, rispondevano all'accusa di aver destinato al processo di individuazione di un couturier di lusso, tempo, soldi ed energie prese da una scuola di psicodramma. Non basta.
Questa rete di nessi prova che La Moda proibita è solo l'inizio di un altro film sul genere de Il filo nascosto di Thomas Anderson in cui il personaggio del sarto folle ma di genio arretra sullo sfondo per dare spazio al conflitto generazionale e culturale tra il regista e il suo assistente. Amici e nemici per la pelle.
Immagino una commedia con molti personaggi e varie psicologie a cavallo di due secoli. Oggi come oggi affiderei il ruolo di Capucci a Leo Gullotta che è stato Luigi Pirandello in Fantasmi il play di Ezio Donato dove Leo era Luigi Pirandello e Ottavio J. L. Moreno. Ma stavolta niente psicodramma e niente documentari, solo auto-fiction.
Dunque: Vite, vite sia in francese che in italiano. E questa sarà la prossima storia.
