PSICODRAMMA E COMUNITA’ TERAPEUTICHE

La scuola internazionale di formazione per operatori di comunità terapeutiche (CCTT) del CeIS “casa del sole”è stata aperta nel 1980. Vi si tengono in genere quattro corsi per ogni anno accademico ognuno dei quali partecipano circa trenta, quaranta studenti.

I corsisti risiedono nella scuola di Castel Gandolfo (una palazzina di fine ottocento, sulla collina, con giardini pensili che scendono al lago).  Durante i tre mesi di corso, intervallati da un tirocinio pratico di tre settimane, gli studenti vengono trasferiti singolarmente o in piccoli gruppi, nelle varie CCTT del CeIS in Italia.

I corsi vertono su punti di riferimento ideologici e teorici del “progetto uomo” di Don Mario Picchi, nonché sulle tecniche di intervento messe in atto, negli anni, dai pionieri del progetto. Vi prendono parte studenti italiani, ma anche spagnoli e sud americani.

Il programma prevede delle sessioni di psicodramma integrate da lezioni teoriche, tavole rotonde e discussioni sull’utilizzo delle tecniche attive in psicoterapia e nelle CCTT.[1]

Agli inizi, la costituzione del setting di psicodramma, nell’ambito del corso di formazione di “casa del sole”, mi sembrò un’esperienza nuova da affrontare combinando diffidenza e spontaneità.

Era la prima volta che dirigevo grandi gruppi per conto terzi e sul problema della tossicodipendenza[2], inoltre, sulla base degli studi e delle ricerche di Mara Selvini Palazzoli, sull’intervento dello psicologo in ambito istituzionale, mi aspettavo che eventuali risultati dello psicodramma dovessero turbare l’equilibrio delle istituzione, mettere in crisi la scuola e portare ad un brusco ritiro del mandato.

Mi rendo conto del carattere parzialmente persecutorio di questa mia “fantasia teorica”, liberamente confabulata dalle ricerche sistemiche della Palazzoli, estendendo allo psicodramma conclusioni ricavate dall’approccio sistemico. Può essere però utile esplicitare questa aspettativa e questo stato d’animo di fronte all’istituzione, considerandolo come uno degli elementi che, a torto o a ragione, concorse alla conduzione dei gruppi.

Inizialmente la situazione mi sembrò caratterizzata soprattutto da tre problemi:

1)    Come era possibile, che una tecnica come lo psicodramma, dove la spontaneità riveste la stessa importanza dell’interpretazione nella psicoanalisi di Freud, o nel processo di individuazione nella psicoanalisi di Jung, potesse essere proposta ad un gruppo di corsisti che non l’avevano scelta di loro iniziativa?

L’offerta di gioco in gruppi di psicodramma da parte della scuola non è infatti omologabile ad una richiesta di psicodramma fatta individualmente da membri di un gruppo ciascuno dei quali “paga il suo biglietto”! L’invito sembrava rientrare nel pacchetto di iniziative “didattiche” un po’ come il dolce nei menù dei pasti a prezzo fisso!

C’era dunque il rischio di un paradosso: che i corsisti “dovessero” essere spontanei sotto la regia dello psicodrammatista, giusto per far piacere all’istituzione.

Sul punto di cominciare il lavoro feci un sogno: Rigoletto era partito dal suo teatrino di Mantova e si trovava in un castello sul Lago Maggiore ad animare la corte del Re Sole. Qui veniva continuamente tenuto d’occhio dal Griso e altri bravi dall’accento americano, attenti che rispettasse e facesse rispettare, l’etichetta di corte. Ad un certo punto Rigoletto talmente esagerava nel riscaldare l’ambiente, che il Re Sole, per punirlo, strappava sua figlia Gilda ai suoi amoretti giovanili, rinchiudendola nel convento della monaca di Monza.

L’interpretazione del sogno richiede una conoscenza dell’opera di Verdi e del romanzo di Manzoni! Ovviamente la pena riservata al Rigoletto, non consisteva nello strappare Gilda alla sua virtù e al suo libero amore, ma il contrario!

Mi è chiaro che temevo, che al di là delle aspettative, si sarebbero verificati, prima o poi, scontri ed equivoci, diretti e indiretti.

In un setting del genere, lo psicodramma si configurava come un guscio, dentro un guscio, dentro un altro guscio, poiché la presenza dei corsisti era mediata dalle loro comunità di provenienza, dalla scuola e dal CeIS in generale.

Da qui il timore che, il famoso invito Moreniano a scambiarsi francamente gli sguardi, si risolvesse in un gioco di cautele e sospetti da cui tutti si sarebbero tenuti d’occhio.

2)    Mi era chiaro che, a causa della brevità corso e della sua specifica destinazione per operatori di CCTT, lo scopo delle sessioni di psicodramma non poteva di certo essere quello di formare degli psicodrammatisti veri e propri. Era però possibile, almeno, sensibilizzare i corsisti a delle formule di intervento attivo che ciascuno avrebbe integrato a suo modo nella propria esperienza e personalità. Chi avesse voluto approfondire l’esperienza sarebbe passato personalmente in gruppi di psicodramma terapeutico e quindi di formazione.

3)    I gruppi di corsisti si configuravano come gruppi residenziali di studio (e in parte di lavoro) assai diversi da quelli che uno psicodrammatista incontra nel suo studio. Nella loro realtà quotidiana, infatti, i partecipanti del corso base condividono spazio, tempo, vocazioni e in parte, alcune esperienze originarie; certo la composizione e la contrattualità costitutiva di un gruppo del genere è meno omogenea e chiusa di quella di una comunità terapeutica vera e propria. I gruppi di corsisti sono però, certamente più “reali” di quelli formati da pazienti che si riuniscono solo in occasione della terapia nello studio del terapeuta e che non hanno in comune interessi lavorativi o riferimenti ideologici e religiosi.

Soprattutto il primo e il secondo punto di partenza vennero a lungo messi in discussione dall’esperienza. Per esempio l’apparente omogeneità dei gruppi di corsisti si rivelò ben presto differenziata in due sottogruppi principali: il gruppo degli “ex tossicodipendenti”, usciti dalla droga attraverso un’esperienza in una CCTT, divenendo portatori di un’esperienza esistenziale da “radical therapy" che li rende capaci di comprendere chi si trova nella loro vecchia situazione, e il gruppo dei “volontari” il cui grado di scolarità è generalmente più elevato e tra cui si trovano anche qualche suora e qualche sacerdote.

Questa bi-partizione principale è ulteriormente complicata dall’esistenza di altri sottogruppi polarizzati che si intrecciano tra di loro con effetti imprevedibili come in una litografia di Escher (laici /religiosi; celibi/sposati; laureati/autodidatti; ispirati/ideologici…).

La polarità volontari/ex tossicodipendenti, resta comunque quella che più spesso fa vibrare la dinamica gruppale e porta alla reciproca proiezione di parti buone e cattive del Sé. La “sanità generosa” da una parte e “l’esperienza di vita” dall’altra, costituiscono i principali punti di riferimento della bi-partizione immaginaria. Ciascuna delle due identità fantasmatiche si caratterizza in modo ambivalente: i “volontari” possono essere percepiti superiori culturalmente e moralmente, ma sono anche più inesperti e fragili. Coloro che hanno dovuto affrontare il programma, invece, hanno sì il vantaggio di conoscere di prima mano, anziché dai libri, il fenomeno droga, ma rischiano di NON reggere la proiezione dell’ombra gruppale e l’idealizzazione della propria esperienza esistenziale.

Una serie di “fotografie psicodrammatiche”  in cui la classe di corsisti era invitata ad esprimersi come insieme, mostrava come l’immagine del gruppo lacerato dall’invidia e dalla diffidenza si sarebbe trasformata in quella di un oggetto buono e assumibile nel proprio ideale dell’ Io a condizione di integrare tra loro i due poli; l’elaborazione delle due ombre collettive (quella dei tossicodipendenti e quella degli ingenui) corrisponde del resto alla combinazione individuale di due valori, pragmatismo e pensiero, e all’integrazione di due disvalori, narcisismo dell’esperienza diretta contro narcisismo del pensiero puro.

Uno dei più importanti aspetti evidenziati dallo psicodramma è la regressione sperimentata dai corsisti nella seconda parte del loro soggiorno a “Casa del Sole” al rientro dalle tre settimane di pratica previsto presso il centro di accoglienza del CeIS, per lo più situati in altre regioni.

Di solito al rientro a “Casa del Sole”, per completare il corso, il gruppo ha preferito, al lavoro psicodrammatico centrato sul singolo, l’elaborazione dell’esperienza pratica in giochi di tipo socio drammatico più estesi orizzontalmente che approfonditi verticalmente.

Non sempre questa richiesta viene avanzata in modo esplicito, quasi che il bisogno fosse parzialmente inconscio: il gruppo, nella sua generalità oppone però una sfiancante resistenza passiva al lavoro dei singoli soggetti che proponessero un tipo di psicodramma centrato sull’individuo. Nonostante il livello di partecipazione manifestato a questo punto agli psicodrammi individuali nella prima parte del corso, scarseggiano le offerte di doppiaggio e condivisione dei giochi da parte dei ragazzi, che se interpellati, intervenivano con poca spontaneità e in modo superficiale.

Quando l’ansia e l’aggressività mobilitata dal tirocinio pratico è particolarmente alta, per esempio nel caso di gruppi di corsisti stranieri, il gruppo si esprime attraverso sogni e giochi individuali la cui tematica apparente nasconde però il riferimento segreto ai vissuti durante l’esperienza della trasferta appena conclusa.

I giochi psicodrammatici relativi al periodo di soggiorno pratico trascorso presso le sedi del CeIS esterne alla scuola hanno avuto anche una funzione di diagnosi / sondaggio del rapporto tra corso base e CeIS.

Questi sociodrammi, a prescindere dalla loro immediata funzione catartica e analitica per il gruppo, hanno evidenziato delle dinamiche strutturali e ricorrenti tra “Casa del Sole” e corso base che hanno contribuito alla supervisione e alla riformulazione continua dell’attività della scuola.

Ecco in breve alcune conclusioni ricavate dal lavoro con lo psicodramma:

1.     ANGOSCIA DA SEPARAZIONE

Lo studente ansioso di fronte alla ripetizione dei distacchi, soprattutto se straniero, vive con disagio l’allontanamento dalla scuola di formazione nelle prime tre settimane, in quanto, si ritrova ad aver appena ricostruito nuove amicizie e legami per superare il trauma della separazione dal suo paese e dal proprio atomo sociale.

Cade a questo punto l’innovazione stabilita a partire dal 1987, per iniziativa di Donald Ottenberg e di Lucio Soave (direttore dei corsi), di gruppi di integrazione culturale tra corsisti che condividono solo la lingua ma non la stessa cultura provenienti dalla Spagna, dalla Colombia, dal Cile, dalla Bolivia e dall’Ecuador.

Nelle fantasie inconsce e preconsce dei corsisti, la scuola è quasi sempre percepita come responsabile non solo del distacco con le loro famiglie per un lungo soggiorno di studio, ma anche di reiterare il trauma della separazione allontanandoli temporaneamente dalla sua stessa accoglienza. Tutto sembrava accadere come se, l’atomo sociale del corsista dovesse subire una continua serie di scambi di elettroni, prima di poter raggiungere una sua stabilità. Questo, d’ altra parte, coincide con la fine del corso e dunque con una terza separazione.

2.     REGRESSIONE E CASTRAZIONE ORALE

Il distacco di tre settimane è aggravato da una vera e propria “castrazione orale”, cui si trova sottoposto il corsista straniero. Questi interrompendo il corso di “Casa del Sole” con il tirocinio delle CCTT federate, si ritrova infatti alle prese con una lingua e una cultura non sua, ma stavolta, senza più l’aiuto dei traduttori, che come ego ausiliari erano disponibili durante i corsi a “Casa del Sole”.

Le difficoltà ad esprimersi in italiano e a comprendere le comunicazioni dell’ambiente in cui ha luogo il tirocinio pratico, contribuiscono ad indebolire l’Io dello studente.

Il corsista rischia di regredire temporaneamente ad una vera e propria condizione di “infante”, non nel senso che la parola ha in Spagna e Portogallo, dove indica il principe reale dopo il primogenito, ma nel senso indicato dall’etimologia del termine (in-negativo e fans part. pass. di fari, parlare).

Tale situazione dell’infante, piccolo uomo “senza parola” porta con se fantasmi di una estrema dipendenza e passività.

3.     AMBIGUITA’ DI RUOLO

La presenza obbligata dei corsisti li pone in un ruolo fluttuante e poco chiaro di utenti/assistenti, vale a dire di individui che sono contemporaneamente oggetti e soggetti di sguardo e verifica. Il fenomeno è ancora più evidente quando il corsista, ex tossicodipendente, ha già svolto il programma terapeutico nello stesso centro.

4.     INCONSISTENZA DI STATUS

I corsisti nel loro paese, spesso godono dello status di laureati o docenti universitari implicante un notevole prestigio sociale. Ma durante il tirocinio si ritrovano, temporaneamente, alle prese con una condizione di apprendisti senza molti diritti e senza precisi doveri.

Questo ruolo è frustrante, non tanto perché meno prestigioso, ma perché è relativamente inconsistente e vago.

5.     REAZIONE AD UN RIFIUTO AMBIENTALE

Anche se lo psicodramma non riproduce mai la realtà di un avvenimento, ma il modo in cui è stato vissuto soggettivamente, alcune rappresentazioni denunciavano che i corsisti erano stati rifiutati più o meno esplicitamente, indipendentemente dalle distorsioni soggettive e dalla fantasmatica inconscia dei corsisti, alcuni sociodrammi hanno chiarito che il loro disagio era giustificato.  La rappresentazione psicodrammatica ha permesso di reagire alla frustrazione, con scene di “plus reality” in cui si poteva protestare per il trattamento subito.

6. L’analisi di diversi giochi psicodrammatici su incubi e fantasie di infanticidio, mi ha portato ad uscire da un’ottica centrata sugli attori del gioco presenti nel gruppo e ad allargare l’interpretazione della dinamica ai personaggi fuori scena: i responsabili delle CCTT in cui avviene il tirocinio pratico. Questo passaggio è avvenuto a partire da un’iniziale cautela ma con crescente convinzione suffragata da una serie di riscontri. Nonostante la buona volontà e la disponibilità mostrata nei loro confronti, l’arrivo dei corsisti in visita attiva nei loro ospiti “seniores” la rivalità complessuale fraterna complicata da una fantasia preedipica. L’elaborazione delle convinzioni, fa pensare che i “primogeniti” delle CCTT del CeIS potrebbero percepire l’arrivo degli studenti del corso base come quello di fratelli in fase di gestazione la cui presenza viene loro imposta dalla grande casa madre a conferma della sua continua capacità di riproduzione e fecondità.

Nonostante l’ovvietà di questa fantasmatica, soggiacente al rapporto a tre, la sua mancata elaborazione, ha costellato e mantenuto a lungo, fantasie arcaiche e di gelosia, invidia e infanticidio unite a sensi di colpa persecutori.

7. Per quel che riguarda la componente preedipica, che interferisce con la gelosia, lo psicodramma ha suggerito che, l’ambivalenza percepita dal corsista nel periodo di tirocinio pratico, in alcuni casi andrebbe inquadrata in una dinamica triangolare, in cui, come nel gioco del biliardo, le palle non sono colpite direttamente, ma attraverso le altre palle. Una volta attivatasi la fantasmatica inconscia, in cui il CeIS suscita nelle CCTT il transfert di una grande madre invidiata, l’aggressività nei confronti di questo fantasma viene spostata sugli studenti/ infanti.Il gioco di rimbalzo prosegue. Al loro rientro a “Casa del Sole”, i corsisti spostano temporaneamente, contro la scuola, l’aggressività accumulata nei confronti delle sedi periferiche, dove non avevano possibilità di elaborarla.

Questo modello interpretativo permette di comprendere il fenomeno sorprendente per cui, in una sola sessione di sociodramma, i corsisti passano dalla depressione alla catarsi e si liberano dalla frustrazione e dalla rabbia accumulata nelle tre settimane di tirocinio pratico. L’espressione del loro stato d’animo con tecniche attive e analisi relazionale (non solo individuale) dell’accaduto, può ricostruire il rapporto di fiducia e collaborazione con la scuola.

 

Di queste convinzioni, soprattutto l’ultima è stata raggiunta lentamente nel corso dell’esperienza, forse perché anche lo psicodrammatista è a sua volta “primogenito”.

Ne ho avuto conferma, in occasione di un corso di lingua spagnola, in cui una suora cinquantenne, dall’aspetto mite e intelligente, aveva violentemente abreagito l’umiliazione e la rabbia impotente accumulata durante il tirocinio. La protagonista rappresentò una serie di disconferme (messaggi relazionali il cui significato non corrisponde a “tu hai torto” ma a “tu non esisti”) subite da parte del direttore di un centro del nord. Il “giovanotto”, infatti, l’aveva parcheggiata in un gruppo “statico” rimandando ogni giorno la promessa di permetterle di assistere ai gruppi con i familiari, come lei tanto desiderava.

La invitai a ristrutturare nel gioco la sua frustrazione con lo staff, mettendole davanti un ego ausiliario a debita distanza e una sedia a portata di mano. La corsista che chiameremo qui Carmen, parlò sempre più chiaro e picchiò sempre meno timidamente le due copie arrotolate del quotidiano che aveva in mano, fino a “spaccare” prima la sedia e poi i giornali.

Carmen dopo aver guardato il risultato, continuava a protestare aiutata da un ragazzo dalla voce tenorile, uscito fuori dal gruppo che la doppiava tra saliva e sudore.

Durante la pausa per il caffè, che ebbe luogo subito dopo, prima di passare alla fase di sharing con il resto del gruppo, mi colpì il motivetto fischiettato dal mio amico Alvaro, lo psicosociologo colombiano che traduceva ogni cosa tra italiano e spagnolo, era: “Marcia del toreador Engarde”dalla Carmen, secondo atto dell’opera di Bizet[3].

La catarsi della suora liberò un coro di accuse nei confronti della scuola che contrastavano con il clima di accordo ed entusiasmo che aveva caratterizzato l’andamento del corso fino a quel momento.

Il controtransfert alla depressione rabbiosa del gruppo e alla sua sfiducia ad un certo punto mi spinse a propormi come possibile intermediario “neutrale” tra il gruppo e i responsabili della scuola del CeIS per rinsaldare i rapporti di collaborazione e intesa.

La proposta mi pareva difendibile teoricamente alla luce della teoria Moreniana dello psicodrammatista come “portatore di verità” tra i reali protagonisti di un conflitto.

In “psicodramma di un matrimonio” (link) (cfr. manuale di psicodramma, vol. 1), Moreno mostra infatti come dovette assumere dentro e fuori il palcoscenico di Beacon la funzione di ego ausiliario prima di arrivare all’incontro diretto tra i tre personaggi di un triangolo.

In ogni caso, nel giro di una settimana, si verificò una sostanziale inversione di rotta.

Nella successiva sessione di psicodramma la situazione emotiva e reale del gruppo era irriconoscibile. Lo dimostrarono subito le espressioni dei volti e il tono delle voci.

I fogli di carta, con cui avevo invitato i corsisti a segnalare in concreto cosa avrebbero voluto cambiare nel corso, e che mi ripromettevo di consegnare a Lucio Soave e Donald Ottenberger erano rimasti nel mio cassetto, ma le stesse richieste erano state già avanzate e discusse autonomamente dai corsisti con i responsabili della scuola.

La catarsi aveva esorcizzato il fantasma di “castrazione orale”, l’assunzione della parola avvenuta nello psicodramma aveva spianato la via alla presa della parola nella realtà.

Il gioco aveva funzionato come camera stagna tra immaginario e mondo esterno. Il gruppo scoprì la sua capacità di autogestione e ritirò le proiezioni più persecutorie, chiedendo di inscenare una “fotografia psicodrammatica” del lago di Castel Gandolfo.

L’invito ad andare in spiaggia era già scritto sulla lavagna e non restava che raccoglierlo. “E’ troppo caldo”, mi dissero, “per fare altro”. I vari elementi della scena: i bagnanti sulla riva, qualche nudista, le onde in moto continuo, un voyeur desideroso di unirsi a chi giocava a palla, ma confinato sull’alto di un muro, l’andirivieni dell’immondizia tra il lago e la riva che, tra le risate generali, se la rimandavano l’una con l’altra, la colonia di alghe danzanti, il sole che scendeva dal cielo per una breve tournee in terra, persino il battello antipsichiatrico di “qualcuno volò sul nido del cuculo”…

Queste e altre immagini del gioco, accompagnate dal rumore della risacca, e tagli di luci improvvisate, erano elementi significativi della tensione gruppale che legava il corso alla scuola e al di là della scuola, al CeIS.

In questo gioco psicodrammatico, partito da un piccolo nucleo centrale, uno dopo l’altro, tutti i corsisti uscirono dall’anonimato protettivo del gruppo: in fin dei conti, anche coloro che decisero di entrare in scena come pesci muti sott’acqua, lo fecero esplicitamente.

Il gruppo era in grado di simboleggiare la dinamica in atto in autenticità. E non mancarono momenti vivaci e ricchi di humor, come sempre, quando si libera una tensione e una verità indicibile viene a galla.

 

 

 

 

 



[1] Gruppi statici: uno a settimana per tre o quattro mesi.

Gruppi dinamici: due a settimana della durata di una o due ore, con l’utilizzo della “cassetta dei sentimenti” (elaborata dallo staff e da un coordinatore anziano, dove A deve portare i sentimenti a B e lì è concesso irritarsi anziché gestirsi e mantenere la calma, infatti all’incontro speciale con i genitori una volta era consentito urlare, ma ora non più!

[2] Redigendo questo articolo devo osservare che la parola “tossicodipendenti” è considerata ad oggi in disuso, in quanto si modifica il paradigma della dipendenza e si amplia a svariate differenziazioni, la definizione maggiormente accettata ad oggi è “dipendenza da uso di sostanze”. [nota di Federica Trombetta] 

[3] Per i lettori che desiderano approfondire l’opera si consiglia di visualizzare al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=e5qmSEvDEGs

 

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