Moreno Cerquetelli, giornalista e critico teatrale di Rai 3, è uno studioso del teatro d'avanguardia e dirige da anni la rubrica del TG3 "Chi è di scena".

Insegna Storia del Teatro d'Avanguardia per la scuola di formazione IPOD

 

Moreno Cerquetelli: Qual è stato il tuo primo rapporto con lo psicodramma?
Ottavio Rosati: È cominciato con Luisa Mele che insieme ad Elena Croce era tra i primi conduttori italiani di psicodramma analitico. Con loro feci le prime esperienze come “osservatore silenzioso” in un albergone di Manziana immerso nel verde. Assistevo al lavoro di gruppo, senza parlare e senza giocare ruoli; alla fine facevo un commento nel quale cercavo di sfogare l’energia e la voglia di esprimermi che avevo bloccato per un’ora e mezza. Luisa ed Elena conducevano con uno stile freudiano e contegnoso ma, nonostante le nostre differenze di formazione e carattere, mi diedero subito un ruolo tra allievo e assistente. Ero troppo giovane e inesperto per prendermi cura di pazienti. Per vivere, collaboravo al settimanale “Il Mondo” (dove intervistai personaggi come Aldo Fabrizi, Marlene Dietritch ed Ennio Flaiano) e, l'estate, recensivo festival lirici per un’agenzia giornalistica: un lavoro appassionante che mi ha insegnato molte cose sul mondo della performance. Lavoravo anche come psicologo scolastico per l’Ente per la Protezione Morale del Fanciullo (si chiamava così) nelle classi differenziali. In provincia di Padova una maestra mi disse che ero “un uomo malvagio” perché volevo insegnare educazione sessuale nelle cosiddette "classi differenziali". La Mele mi presentò ai suoi maestri Paul e Gennie Lemoine, una coppia di analisti lacaniani, autori di un importante libro sullo psicodramma da Feltrinelli (“Moreno riletto alla luce di Freud e Lacan”) un libro sorprendente, un po' perché lacaneggiava e un po' perché pieno di errori di traduzione. Il più bello traduceva l’espressione “ipogramma” (il nucleo profondo di un testo) in ippogramma che sembrava una pet therapy fatta coi cavalli. Entrai quasi subito nell'associazione dei Lemoine, la Sept di Parigi, e cominciai a frequentare i gruppi di formazione a Firenze presso l’Hotel Porta Rossa. Anni dopo, saltò fuori che il Porta Rossa era l'albergo dove aveva soggiornato Jacob Levi Moreno da ragazzo durante il suo viaggio in Italia in cui si era innamorato di una ragazza. La formazione con i Lemoine durò molti anni durante i quali iniziai a fare psicodramma e mi diede insight, concetti ed esperienze contraddittorie che, lentamente, sfociarono in un nuovo modello teorico.
Come si presentava il mondo dello psicodramma in Italia in quegli anni?
A Milano c’era il gruppo dei moreniani classici di Giovanni Boria, un gruppo molto serio del quale nessuno dei lacaniani ci disse mai una parola. Questa indifferenza al lavoro dei colleghi è diffusa nel mondo della psicoterapia e vorrei cercare di evitarla a mia volta, organizzando scambi ed incontri dentro me fuori della nostra scuola. La formazione alla Sept non concepiva l'esistenza di modelli diversi. Si basava soprattutto sul lavoro di gruppo. A turno, un allievo conduceva il gioco di un altro allievo, sotto la supervisione di Paul e Gennie che, dopo il gioco, dirigevano lo psicodramma di chi aveva condotto, per analizzare l’origine dei suoi errori o delle sue esitazioni.
E non facevano mai dei loro psicodrammi davanti agli allievi, i Lemoine?

Vuoi scherzare? La sola idea, per dei francesi lacaniani cone loro, era inconcepibile. Troppo presuntuosi. Troppo difesi. Troppo convenzionali. Quando io ho cominciato a operare l'inversione del ruolo di conduttore tra allievi e docenti nella mia scuola di Specializzazione mi sono sentito leggermente in colpa, anziché essere fiero di questa possibilità che richiede coraggio ed è una manifestazione di stima e fiducia nei confronti degli allievi. Credo che questo senso di colpa derivasse dall'aver superato un dogma del loro setting didattico. Naturalmente sto parlando di gruppi di formazione cioè di gruppi fatti tutti di psicologi, analisti, terapeuti, psichiatri cioè di persone dotate di una certa competenza per meno culturale e con un tot di sanità mentale.
Vuoi dire che nei gruppi terapeutici l'inversione del ruolo del conduttore è inconcepibile?
Solo in casi eccezionali e per pochi minuti. Ma questo è un altro discorso complesso. In linea di massima no; sarebbe molto pericoloso. Oltre che tecnicamente impossibile. Un acting out!
Torniamo al training con i Lemoine.
Tra Firenze, Roma, Torino, Bari, o nella grande casa dei Lemoine a Parigi e nella loro villa a Saint-Tropez, facevamo psicodramma in grandi gruppi di psichiatri e psicologi italiani, alcuni dei quali divennero miei amici. La maggior parte di loro a Torino erano in analisi junghiana. Qualcuno sembrava lacaniano per convinzione. Altri ancora per un intricato gioco di ruoli professionali che con la complicità di Lacan e dello psicodramma, in quegli anni di disordine degli psicologi, permetteva a qualcuno di definirsi "psicoanalista" senza aver fatto il training tradizionale dei freudiani e degli junghiani ortodossi.
Cosa ricordi dei Lemoine?
I Lemoine credevano in Lacan (come si crede in Dio) e non avevano dubbi. Erano però due persone brillanti e creative: Gennie scriveva racconti e Paul dipingeva. Con i loro allievi francesi avevano pubblicato un grande numero di articoli. Per entusiasmo, e per placare una crescente fame di azione, decisi di creare con Vincenzo Caretti e Fernanda Pivano la prima rivista italiana di psicodramma, inizialmente affiliata al Bulletin de la Sept di Parigi. Lo feci anche per emulare il mio primo (e amatissimo) analista, Aldo Carotenuto che aveva fondato due riviste: La Rivista di Psicologia Analitica e Il Giornale Storico di Psicologia Dinamica. Carotenuto durante una lezione all'università disse agli studenti, ridendo, che fare una rivista era un modo di superare il conflitto edipico con lui attraverso un'identificazione attiva e sottolineò che il colore della copertina era lo stesso: il rosso. “Atti dello psicodramma" era dedicata allo psicodramma e allo studio dell’inconscio nel teatro.
Un progetto più che ambizioso. Che voleva dire?
Molte cose, alcune appena intuite e da mettere a fuoco. Cominciammo col pubblicare il protocollo Rorschach di registi d’avanguardia come Mario Ricci, Gliuliano Vasilicò, Memè Perlini. Lo chiesi anche a Carmelo Bene che si rifiutò di farlo e quasi mi buttò fuori dal camerino. Cercammo di arricchire la rivista con fotografie e immagini, cosa che - in quel momento e in quel contesto – sembrava una specie di eresia. Le riviste di psicologia avevano tutte un aspetto verboso e accademico. Soffocante. Avevo venticinque anni e non osavo nemmeno pensare all’importanza terapeutica che il nostro gruppo avrebbe dato, sempre più, al lavoro attraverso le immagini: dalle riprese video fino alla divulgazione televisiva dello psicoplay e al lavoro di analisi fatto con le statuine di personaggi da disporre sulle scacchiere. Adesso l’intera raccolta di Atti dello Psicodramma è disponibile nel sito di Plays, insieme alle recensioni che ci fecero quotidiani come Repubblica e riviste come Rinascita. E il nostro portale combina testi e immagini. L'obiettivo è di non limitarsi a parlare delle immagini (come quando si analizza un sogno) ma di lavorare anche con le immagini, attraverso le immagini, nello stile junghiano che è sfociato nella sand box di Dora Kalf. Per non parlare di Jodorowsky.
Chi faceva parte dell’impresa della rivista?
I Lemoine figuravano come numi tutelari, almeno dei primi numeri. Nel comitato di redazione c’erano Fernanda Pivano e il mio fraterno amico Vincenzo Caretti (non ancora fagocitato dalla sete di potere universitario) che pubblicò i suoi reportages etno-fotografici di riti e feste scoperti durante i suoi viaggi in Asia. L’esempio e l’ispirazione per fare la rivista mi venivano da Aldo Carotenuto e dal suo entusiasmo editoriale. Aldo sapeva incoraggiare la creatività dei giovani in tutto; da questo punto di vista era insuperabile. Nei primi numeri di “Atti dello psicodramma”, mi imposi un Falso Sé in linea con la teoria della Sept. Ma più lo facevo, più sentivo crescere l’allergia, non tanto per Lacan, quanto per il continuo riferimento a Lacan che era venerato come una specie di Sai Baba a Parigi.
In che senso?
Il modello dei lacaniani, direbbe Popper, non è falsificabile quindi non è scientifico ma favorisce anzi obbliga a un’adesione fideistica. Il loro gergo è in larga parte enigmatico, confuso, confusivo, equivoco e nei casi estremi sfora il delirio. La loro posizione è indifferente ai confronti. Quando certi lacaniani di quegli anni prendevano la parola, oscillavano tra l’insalata di parole e il ridicolo. Gennie e Paul Lemoine facevano eccezione ma, quando citavo Jung o Moreno o Erickson, loro non erano contenti. In realtà non li conoscevano. Come si dice: non l'ho letto e non mi piace... Comunque non erano i soli a diffidare del nucleo forte del pensiero di Moreno, per non parlare delle sue applicazioni video o, peggio ancora televisive. Me ne sarei accorto quando feci Da Storia Nasce Storia con Rai3. Basta pensare che di tutte le recensioni che abbiamo avuto neanche una è  uscita su una rivista di psicologia. Di nessun genere.
Come te lo spieghi: un problema di invidia in senso kleiniano?
Di invidia non solo nel senso della Klein ma nel senso di un libro bellissimo di Alberoni intitolato "Gli invidiosi". Ma anche nel senso di conflitto profondissimo tra introversione ed estroversione. Alla base della psicoanalisi c'è il culto della privacy che è all'opposto dell'approccio di Moreno. Ma ci vorrebbe un'intervista a parte solo su questo tema.
Va bene ma facciamo un anticipo. 
Come sai, Da Storia Nasce Storia ebbe molto successo sia di pubblico che di critica. Speravo che il mio analista didatta, Mario Trevi, un uomo di grande valore come filosofo, prima o poi si congratulasse con me per il risultato ma non diceva niente. Non una parola. Quando uscì su La Stampa una recensione di Laura Carassai che definiva il programma di Rai3 “Il successo teatral-televisivo dell’anno”, io ero al settimo cielo. Feci una fotocopia e me la misi in tasca per tirarla fuori durante la seduta e metterla sulla sua scrivania. Ma quando lo cercai nelle tasche “il successo teatral-televisivo” non c’era più: sparito! Pensai di aver fatto un lapsus lasciandolo la recensione a casa ma restai zitto. Dopo la seduta, quando per strada cercai le chiavi della moto, mi ritrovai il ritaglio della Stampa tra le dita. Mi diedi da solo tre o quattro interpretazioni, pensando al modello di Kohut e alla circolarità tra transfert e controtransfert. Tornai indietro nel portone e lo infilai nella buca delle lettere di Trevi. Con un certo imbarazzo. Ma lui non disse mai una parola. E nemmeno io. Trevi non amava il mio lavoro in televisione e non ne conosceva le implicazioni storiche legate a Moreno e Roberto Rossellini. Oggi capisco che, da quel punto in poi l’analisi fu inutile. Anzi dannosa. Avremmo dovuto elaborare il fatto che una sub identità di Trevi mi invidiava. Quello che accadde poi con il doppio tradimento (suo e di Fabio) che ho rivelato ne I cani dell'acqua marcia parla chiaro. La vita gay di Trevi era velata e lui invidiava sia il mio rapporto con Fabio che il mio aver fatto coming out. Ma questa è un'altra storia.
Torniamo ai Lemoine. Il clima culturale di quegli anni risentiva della moda strutturalista.
Infatti. La psicoanalisi italiana pareva intimidita da quella francese, quasi che analisti del calibro di Musatti, Fornari o Gaddini fossero in seconda linea rispetto ai loro corrispettivi parigini. Figuriamoci! Per quel che riguarda lo psicodramma, i Lemoine non parlavano mai di tele o di ruoli ma di oggetto piccolo a, di significato e significante e della famosa tripartizione di reale, simbolico e immaginario. Una granita di champagne! Cioè il tipo di pensiero fine a sé stesso e leggermente cinico, tipico di chi passa la vita a leggere, scrivere e parlare, senza mai fare esercizio fisico e nemmeno una passeggiata.
Scherzi o dici sul serio?
Sul serio. Un po’ come metafora e un po’ alla lettera. Ti sembrerà new age ma sono convinto che la vitalità delle nostre idee dipende anche dalla nostra energia. Quindi anche dalle condizioni fisiche. Questo è particolarmente importante con chi si occupa di psicoterapia che, tutto sommato, dovrebbe essere l’arte di far vivere meglio le persone. Il modo di tenere i gruppi dei Lemoine era molto ricco intellettualmente ma aveva un’ombra anzi due. La prima è che era povero di sentimento, azione e immagine. L’emisfero destro sembrava messo fuori legge. La seconda ombra era l’effetto di fascinazione gruppale. Come marito e moglie i Lemoine formavano una specie triangolo isoscele con al vertice Lacan che faceva da parafulmine nei confronti di qualunque obiezione critico-culturale al loro modello. Questa piramide non teneva conto del pensiero di Moreno ed esercitava una piccola dominazione napoleonica nei confronti dello psicodramma in Italia. Da qui la mia fantasia risorgimentale.
Eppure i Lemoine avevano un loro seguito con molte persone che tu stesso hai definito in gamba. Come lo spieghi?
Noi psicologi spesso veniamo da famiglie fragili o problematiche o persino ostili alla nostra crescita. È comprensibile che cerchiamo di curare le nostre ferite e le nostre carenze mettendoci al fianco di una coppia genitoriale prestigiosa e intelligente. Una coppia più capace di contenimento emotivo e intellettuale di quanto non lo siano stati i nostri genitori.

E tu allora? Non avevi le stesse carenze in casa tua?
Altro che! Se ho fatto sette analisi ci sarà pure una ragione. Pensa che per mia nonna, mia madre era un suo “sotto-prodotto”. E così via... una cosa medievale. Per onestà devo fare una confessione autobiografica, senza scendere troppo nei dettagli: prima di conoscere i Lemoine ero già legato a due mentori e amici del cuore. Parlo di Fernanda Pivano e Aldo Carotenuto che mi avevano incoraggiato e benvoluto anche se sapevano correggermi e dirmi il fatto mio. L’incontro con loro era stata un’esperienza rivoluzionaria. Una rinascita. L’esempio e la funzione di rispecchiamento di Aldo e di Fernanda avevano cominciato a curare le mie ferite di famiglia come un antibiotico a largo spettro, prima che entrassi alla Sept. I Lemoine per me non erano così affascinanti come coppia...
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