NEW YORK, settembre
Com'è noto, i pesantissimi giornali della domenica a New York sono in vendita dal sabato sera. Anche il lettore pieno di buona volontà vi resta sommerso e dopo poche settimane, se ha conservato le copie, il problema che deve affrontare è come liberarsene. Ma a parte ciò, ammettiamo che il lettore si dedichi alle sezioni che più gli stanno a cuore, quelle degli spettacoli. La massa di proposte che lo sommerge gli accresce una delle nausee tipiche della vita moderna: la nausea dell’informazione. Siamo un pugno d’uomini indecisi a tutto, dicevamo di noi stessi e dei nostri amici, pochi anni fa. Figuriamoci a che grado sale l’indecisione quando la scelta è tra una ventina di concerti e una quarantina di opere di teatro ognuna delle quali varrebbe la pena di vedere. Apriamo allora “Cue”, che è una rivistina con un catalogo ragionato degli spettacoli. Le trame vengono elencate con una freddezza che disgusta della fantasia altrui. Capisco bene quei librai che si sono dedicati alla lettura di un solo libro e che da quello non si spostano. Allora usciamo, alla ventura, decisi ad un qualsiasi teatro, il primo i cui biglietti non bisognerà ordinare per posta o attraverso un'agenzia o facendo la fila. Sia ben chiaro che abbiamo rinunciato a lottare. Fuori Broadway, in una strada del West, se ben ricordo la 78, c'è un teatrino di psicodramma, certamente con pochi spettatori, saremo accolti alla buona. La realtà vince le nostre più rosee speranze, eccoci infatti completamente soli in una platea piccola ma vuota. Nella fretta di entrare non abbiamo neanche guardato il programma, anzi il programma non c’era nemmeno; e troppo tardi ci accorgiamo che gli organizzatori di questo spettacolo contano su di noi perché lo spettacolo succeda Se volessi, potrei salire sul palcoscenico e raccontare al vuoto tutto ciò che mi passa per la testa. L'unica domanda alla quale poi dovremmo rispondere è questa: siamo stati a teatro, o no?
In un senso assoluto, sì ci saremmo stati. Se il teatro è una forma d’arte, e l'arte è oggi un modo di vivere, qualcosa che è dappertutto, in noi e fuori di noi, non necessariamente identificabile in un prodotto pensato e compiuto, ma persino in qualcosa che esiste già che noi isoliamo, è chiaro che anche il silenzio di questo teatro, il vuoto della platea e del palcoscenico è uno spettacolo, tra cui valore drammatico potremmo discutere una settimana senza trovare un accordo. Guardate che cosa succede nelle arti della visione, dove la critica è diventata più interessante e più difficile dell’arte stessa, e dove una certa arte esiste soltanto perché realizzata dalla critica. Se poi l’arte è diventata qualcosa che abitiamo, un diffuso confort moderno non precisamente isolabile, ma anzi lo stesso sforzo di vivere, di comunicare, di non commettere gaffes, ecco allora che questo teatro, dove non si rappresenta niente, è proprio miele per le nostre orecchie, la certezza che non esistono altri problemi al di fuori di quelli che potremmo porci noi stessi, se ne avessimo voglia. È insomma l'annullamento del teatro, sintomo preciso che la società è perfetta e si è compiutamente realizzata nel vivere quotidiano. Il che, da molti segni, parrebbe vero. Purtroppo, a risvegliarci da questi pensieri, entrano altri spettatori. Dopo mezz'ora, quando è chiaro che data l'ora tarda non arriverà più nessuno e nell'attesa anzi gli spettatori cominciano a sorridersi tra di loro e a rendersi piccoli servizi, come scambi di posto, di sigarette e di pensieri sul tempo, ecco che appare sul palcoscenico un giovane dai modi distinti che non tardiamo a identificare per il direttore del teatro, La nostra attenzione si sveglia. Il direttore sa che noi siamo maturi per ogni evenienza, ci accontenteremmo anche di un paio di storielle purché ci si tolga dall’incertezza; e si rivela invece un giovane pieno di curiosità. Con la grazia di un cerimoniere che dovrà tra poco presentarci alla regina e si informa quindi delle nostre persone, vuol sapere tutto da noi: chi siamo, da dove veniamo. A volte ci guarda sorridendo per capire se stiamo mentendo. Passa allora a domande generali, più facili, se ci è piaciuta la fiera, se ci piace infine New York, e perché. Ogni risposta suscita ondate di infantile ilarità negli altri spettatori che non sono interrogati, anzi che il direttore trascura di proposito. Infine è chiaro che non siamo quindici spettatori, ma quindici attori, pronti a tutto, ognuno con un dramma che è sulla soglia di essere realizzato. Ma è anche chiaro che solo un dramma tra i tanti potrà essere rappresentato stasera e che molti di noi resteranno senza parte. L'inizio promette poco: tre ragazze ora sono sul palcoscenico e si guardano tra di loro non sapendo che fare. Il direttore le ha isolate dal gruppo e se ne sta da parte, aspettando che qualcosa succeda. Sa che il tempo lavora a suo favore e che dopo le prime risatine di imbarazzo, dopo le prime battute gettate nel vuoto come una sfida al silenzio, qualcosa succederà. Sa che l'eroe moderno non è più la vittima di una congiura divina, ma soltanto il frutto delle sue proprie inibizioni. L'Uomo non combatte contro il Fato ma è un povero Laocoonte vittima ironica di serpenti domestici, che Jo seguono dappertutto e che non vogliono soffocarlo ma soltanto giuocare. E l'Uomo non sa nemmeno se, riuscendo a liberarsi dai serpenti, sarebbe più felice, e se invece i serpenti non sono addirittura la sua ragione di vivere. Dopo una mezz'ora di vana attesa (tra parentesi, per arrivare in tempo non abbiamo cenato) una delle ragazze comincia a dar segni « drammatici », si fa più vivace, parla più a lungo delle altre, un’onda di collaborazione e di simpatia si stabilisce tra lei e la platea. In poche parole vuol raccontarci il suo poco originale dramma di ragazza sedotta che aspetta un bambino e ha visto rapidamente cambiare il volto della società e ha scoperto di vivere in una famiglia che la odia. Per farlo, ha bisogno di altri spettatori che si prestino a rievocare la sua finzione. Poco dopo, eccetto noi (ci è valsa come scusa la imperfetta conoscenza della lingua) tutti sono sul palcoscenico e la commedia continua, pur attraverso pause mortali di imbarazzo e di noia. Purtroppo, esauriti, non ne vediamo la conclusione, anzi approfittiamo di un momento in cui tutti gridano e sembra stiano sul punto di picchiarsi (la ragazza ha rivelato la sua colpa) per filare nel buio verso l'uscita e il caldo di una strada sepolta nella notte. Poco dopo, pentiti, rientriamo e troviamo tutti d'accordo, non ci sarà nessuna conclusione, quest'embrione di dramma poteva valere soltanto come la negazione stessa di una conclusione, era appena una pietra gettata in uno stagno. Forse la qualità più apprezzabile della rappresentazione era nelle sue parti negative, nei lunghi silenzi preparatori, nell'assenza dell'autore che vuol dare una forma al dramma, nell'assenza stessa di una catastrofe, che era stata già annunziata e scontata; e che quindi non serviva nemmeno al regista per i suoi colpi teatrali, per utilizzare questi attori come marionette. Tutto sommato, uno spettacolo del genere, che si ripete tutte le sere, sempre in attesa che il miracolo teatrale avvenga, può valere statisticamente, se lo si considera nella legge dei grandi numeri. Mille spettacoli simili possono significare qualcosa, aiutano certo a stabilire una verità, non altro quella di una società che cerca un autore. Tutto sommato, spettacoli validi anche come una tardiva risposta a Pirandello, che dedicò tre delle sue opere più famose a questa concezione “del teatro nel teatro”. Nelle recite a soggetto, insomma, che siano fatte per regista o per lo psicanalista, non assistiamo né alla vittoria degli attori né a quella del poeta, ma forse alla sconfitta di tutti, e siccome la sconfitta ci piace, continuiamo.
Ennio Flaiano