Il dottor Moreno mi perdoni, ma la sua faccia larga e avida, ed il suo corpo grassoccio e umido, e soprattutto le sue mani piccole e sensuali, non mi avevano fatto buona impressione, tutt'altro; vedendolo, in mezzo alla scena, chiamare una bellissima ragazza, in pelliccia cortissima e opulenta, alla moda, con stivaletti di daino altissimi, ed un volto candido e pauroso assieme, con occhi stupiti e leggermente ansiosi; e poi le aveva messo, senza mezzi termini le mani, quelle mani piccole e sensuali addosso, sotto la finzione di incoraggiarla a parlare e a descriversi: si, lavorava per una casa di moda, indossatrice o disegnatrice, non era stato ben chiaro. Ora il dottor Moreno, le si strusciava languidamente e senza ritegno, come se quegli occhi stupiti e ansiosi, quel volto candido e pauroso, soprattutto quella carne fresca e giovane gli avessero tolto rispetto e cognizione, inducendolo tranquillamente a stringerle le mani, e a sfiorarle il seno con quel corpaccio da rinoceronte, e a soffiarle, quasi bocca contro bocca, parole su parole di ipocrita convenienza: di dove era, dove abitava, che lavoro dunque faceva, e perché era venuta, e se aveva bisogno di qualcosa. Ed agiva come un padre un po' libertino o uno zio abbastanza matto, che interroghi la figlia o la nipote, e accomuni confidenza e volgarità, angoli di bontà e aspetti di lascivia, ma in modo sotterraneo e impercettibile, affinché nessuno possa davvero prenderlo sul fatto e affinché lui stesso non si riconosca fornito di sentimenti così accesi ed irregolari.
E comunque eccoci qua, nelle sue mani piccole e sensuali, tutti quanti, nella sede del « Moreno Institute » fondato nel 1942, al numero 236 West della 78 Street, in un inizio di sera piuttosto rigido di un inverno che ha alternato di giorno neve a grossi fiocchi, e poi vento furioso e aspro, e infine l'ombra di un sole tiepido e cielo azzurrino, e così si passeggiava per la città con la mente sconvolta e con i nervi a fior di pelle, ora sotto una tormenta bianca che acceca la vista e attutisce i rumori e rende la gente fragilissima, ora sotto folate che prendono l'anima tanto odorano di oceano, venendo d'infilata dalle Avenues, o risalendo da una Street all'altra, ora infine subendo, per il tepore in¬solito e per l'inatteso azzurrino, quasi una flanerie europea anche in queste aride camminate di Manhattan, sia pure con qualche sconcertante alzata di occhi e con qualche inattesa sosta agli angoli di strada. La sera è rigida, stellata, intensa, dicevamo; e sulla settantottesima Street, andiamo alla ricerca dell'Istituto Moreno, un po' svagati e ironizzando tra noi, per questa mania di psicodramma che ha preso piede e dilagato quaggiù, ma anche in Europa, non si scherza, mi dicono, e di cui non possiamo renderci conto ancora; e se è vero che pensiamo di dover perdere una serata, quando altri impegni importanti urgono, qualcosa ci rende curiosi, di più, ci provoca suggestione, e non è ancora bene definibile; perciò, d'inerzia, camminiamo su e giù, un po' per non riconoscere subito la porta d'entrata dell'Istituto, un po' per imbeversi di questa serata particolarmente rigida ma anche luminosa, frullandoci per la testa quell'idea di dover davvero fare tra poco la conoscenza del dottor Moreno, che senz'altro, per l'origine spagnolesca e per la materia in cui si è specializzato non può promettere niente di buono. Intanto viviamo egoisticamente questo frammento di serata americana, che sprizza già tensione e fervore, come non capita ad alcuna città europea, e non c'è niente di più eccitante di quel chiarore del cielo e di quel movimento istintivo dell'animo verso la città.
Ci siamo: la porticina è di legno sgangherato, e dentro, sotto attestati di merito per il dottor Moreno, da parte di fondazioni universitarie e di uomini politici e di gente di affari, una signora dall'aria ferma e un po' maschile, ci infila i biglietti in mano, prima che qualcuno di noi possa spiegare che siamo stati invitati dal dottor Gullace, della radio italiana: veniamo proprio da parte del dottor Gullace, il dottor Moreno dovrebbe esserne informato; con la segreta speranza di non dover sborsare i tre o quattro dollari di ammissione alla seduta, anche per l'abitudine tutta italiana di non pagare a teatro, o perché amici degli attori, o perché recensori di giornali, o per chi sa quale altra camerateria; e sempre sotto l'impressione di alcunché di poco serio o comunque di evasivo, che cosa è in realtà questo psicodramma, pubblicamente eseguito, e da un dottor che si chiama Moreno soprattutto; quattro dollari per una serata da buttare alle ortiche, probabilmente noiosa e degradante, possono anche suscitare il pensiero di sfuggire al dovere del biglietto d'entrata. Ma non c'è niente da fare: la signora, dapprima tutta gentile e premurosa, al solo sospetto che noi non si voglia pagare, è diventata una furia, e continua a riprenderci i biglietti verdi, e a ridarceli, borbottando chi sa che cosa, con gli occhi neri che sembrano inchiodarci, e il suo tono è acre, e il suo sguardo è atroce: da un lato non vorrebbe lasciarsi sfuggire questo gruppetto di spettatori, anche se italiani e quindi chiassosi e sospettosi, dall'altro lato a lei non importa assolutamente niente del dottor Gullace o chi per lui; né vuole e può rendersi conto che, ammesso pure che il dottor Gullace ci abbia invitati alla serata, si debba dedurre che questo invito comporti l'entrare senza denaro; e così si sta lì, tra persone timide e malinconiche che si fanno strada a fatica verso il botteghino, e sborsano i dollari con disinvoltura, e si infilano in un corridoio bianco, senza nemmeno degnarci di un'occhiata, preoccupati di sé.
A me capita di sedere su una poltrona sgangherata, sotto l'impressione di dovermi cavare un dente, e quindi è come se mi trovassi in una anticamera appunto di dottore, con un'improvvisa malinconia che invade l'animo e intorpidisce le membra, a testimonianza di un inizio di resa che sarà senza condizioni: questi quattro dollari bisognerà ben pagarli, e la porticina di legno sull'entrata intanto continua a sfornare visi giovanili che fanno sorrisi alla signora, ricevono il biglietto, e danno i loro bravi dollari, quietamente muovendosi verso il corridoio, con parecchia attenzione verso se stessi, in silenzio e timidamente, e strisciando quasi, con un'ombra di corruccio sugli occhi. Ed allora, un po' per stanchezza, un po' per contrapposizione, la malinconia lascia posto ad una voglia irrefrenabile di ridere, poiché non avremmo mai immaginato, venendo in America di trovarci sulla soglie del «Moreno Institute» in questo pianterreno umido e sgraziato di una, delle strade di New York, con la porta che cigola e manda spifferi d'aria, con il corridoio bianco che fa prevedere una sala cupa di ospedale di periferia, con una signora dai capelli eretti dietro il banco dei biglietti simile alle signore dei baracconi delle nostre fiere regionali altrettanto accese nel farsi con¬segnare i soldi: con questa faccia tonda e porcina infine, che ora è sbucata da sotto il banco dei biglietti, e per un attimo si è accompagnata alla signora irrequieta, con la quale ha scambiato un paio di parole.
E quella faccia tonda e porcina è proprio lei a indurci alla resa senza condizione, con una risatina che è partita da uno di noi inavvertitamente e si è espansa in tutti gli altri; suvvia, lo spettacolo va a cominciare, il domatore di pulci, l'esploratore di remote terre africane, il padrone di preziosi harem orientali, l'imbonitore della cera per scarpe, il curatore mondano di anime, è apparso, e quindi non c'è tempo da perdere. Così si assiste alla sfuriata finale della signora, un po' isterica matterellina, a questo punto, verso di noi, quasi che impedissimo alla gente per bene di entrare occupando spazio, in quell'entrata disagevole squallida, che è per metà sacrestia di chiesa di campagna e per metà è parlatorio di ospedale dove la retta non è mica tanto alta, ma che ai suoi occhi, voglio dire al suo mestiere di bigliettaia, è la hall dell'Istituto Moreno, o meglio la sala di segreteria dove si ricevono anche gli allievi, e pertanto alla sua funzione e alla dignità dell'Istituto non intende venire meno. Dopo questa sfuriata, eseguita con parolacce e piccoli sputi, e una ciocca di capelli fuori posto, e anche qualche batter di piedi in terra, arresi, prendiamo per l'ultima volta i biglietti dalle mani della signora, e in cambio diamo i nostri quattro bravi dollari, con una liberazione di stato d'animo, che è già il risultato di un marginale ma esistente psicodramma all'italiana, tra la signora e noi, con esito positivo, poiché la signora a vedere i dollari, si è riconciliata con questi italiani, e ha loro elargito gran sorrisi, e si è disciolta in civetterie ed inchini, scambiandoci senz'altro per spagnoli, o comunque gente a cui bisogna far smancerie; e noi stessi, superato l'ingombro spirituale, il nodo complicato cioè di quel pagare quattro dollari per uno spettacolo che riteniamo inadeguato alla spesa, ci precipitiamo per il corridoio bianco, contenti e chiassosi.
In fondo, ecco la faccia papale del dottor Moreno, più aperta di una fetta di anguria, ed ecco il suo sorriso sornione, e l'una e l'altro sembrano annunciare cose favolose, per questi benedetti italiani del dottor Gullace: se vogliono meraviglie darò loro meraviglie, pur che stiano buoni; e ci dispone in un angolo della sala, che è rettangolare, assai più lunga che larga, con un soffitto basso, e ad ogni lato c'è una fila di sedie, due file, tre file, mentre in mezzo, a trenta centimetri di altezza, sta la pedana, con sopra soltanto due sedie di ferro ed un tavolinetto da osteria. Non è possibile non confrontare la desolazione del luogo specifico dell'azione teatrale alla desolazione della sala nella sua interezza, con quei personaggi così buoni e premurosi e pensosi, uno accanto all'altro, uomini e donne di età non superiore ai quarant'anni, sotto una luce né chiara né scura, da cui spicca la faccia, che dico, la luna untuosa e sfuggente del dottor Moreno, seduto maldestramente e in maniera poco educata su una di quelle sedie, e la sua corporatura straripa, il sedere per esempio dilatandoglisi di qua e di là delle assi di giacitura. Allora vien voglia di abbandonarsi a nere malinconie, dopo quell'inizio di vena esilarante sull'entrata, poiché il dottor Moreno tiene le mani intrecciate si carezza i pollici, parlando, che dico, muovendo disgustosamente le labbra, con il busto che ora è volto verso di noi ora verso gli altri; ed è stanco forse, perché le palpebre gli si addormentano e ricadono lentamente, e le stesse parole egli le pronuncia con una lentezza pretesca, come se pensasse a qualcosa d'altro, all'affitto di casa da pagare per esempio, o a qualche suo malessere nascosto di cui sta scorrendo i sintomi non buoni. E la realtà della serata dunque si presenta più desolante di quanto avessimo immaginato, per le sedie di ferro, per il tavolino d'osteria, per il tono amorfo delle persone che sono entrate e hanno preso posto attorno alla pedana, per questo dottor Moreno che enumera i suoi titoli accademici, e i suoi viaggi per il mondo, e i suoi trattati di psicodramma, perfino accennando a un congresso da lui presieduto a Milano, di qualche anno fa, ottenendovi, con un segreto sorriso di complicità verso di noi, pare, clamoroso consenso.
Dal di dentro della sua corporatura infelicemente ammassata su quella sedia troppo piccola, e con un malinconico riscontro di vecchiaia di decadenza, che immediatamente si diffonde per la sala, la sua fiacca ombra di grasso, distrattamente, ma con calcolo a dire il vero, vien riesumando una sua storia di rapporti con la madre e con il padre, e certi suoi anni di gioventù trascorsi in mezzo a montagne di infelicità e di necessità. C'è qualcuno tra noi che vorrebbe alzarsi e andarsene, come se avesse la sensazione di essere preso in giro troppo scopertamente, essendogli per di più precipitata addosso quella tiritera di pomeriggio all'osteria a tradimento, tanto più che il dottor Moreno, per opporsi a quest'atmosfera confidenziale e uggiosa, appunto, come si diceva all'inizio, si è rivolto ad una spettatrice, la più bella ed appetitosa, e l'ha fatta salire sulla pedana, e ha cominciato a rivolgerle quelle paroline e a ricamarle quelle smancerie. E potrebbe sembrare chiaro a tutti, soprattutto a chi sta per andarsene, che la signorina è stata invitata di proposito, e magari è l'amica sua, per riscaldare l'ambiente e per dar vivacità alla serata, se questo sospetto per l'atteggiamento a mano a mano illusorio e incantato del dottor Moreno nei confronti della bellissima figliuola nascesse per sola naturalezza, mentre alcuni tra noi cominciano a provar curiosità e ad interessarsi di quel che sta succedendo sulla pedana, un vecchio con la ragazza, un dottor Moreno prestigiatore e mago che incanta voluttuosamente una sirena meravigliosa, un corpo spagnolo della decadenza europea alle prese con un corpo americano di perfetta e prorompente prestanza, un animo complicatamente sensuale in lotta con un animo puritano innocentemente. O in parole più povere, un personaggio di questa vita americana senza più illusioni e senza più incanti, se non quello di un mucchietto di dollari ogni sera per tirare avanti il meno peggio possibile e che non vuole lasciarsi sfuggire l'occasione di rovesciare il suo inguaribile istinto latino di annusare ed afferrare una giovane ragazza, per di più di forma squisita e di portamento superbo; pertanto, in nome di questo suo istinto egli vien dimenticando le ragioni stesse per cui è salito sulla pedana, e cioè di presentare il suo spettacolo, o il suo conflitto serale, come lo si voglia chiamare, con il maggior numero di richiami scientifici e con la più ampia quantità di referenze morali. E questo era il suo dovere, e certo era nelle sue intenzioni adempierlo, se non gli fosse capitato tra i denti quel bocconcino, e non l'avesse portato sulla pedana; ed ora se lo spiluccava lenta¬mente, immemore di noi che avevamo pagato quattro dollari, non per assistere ad una volgare scena di seduzione, ma ad una seduta teatrale vera e propria; mentre gli altri spettatori, più benigni e meno esigenti, partecipavano con risatine alla scena stessa, e non mostravano alcuna fretta o sdegno, ritenendo quell'azione un primo assaggio di comunicazione di gruppo, evidentemente, un modo interlocutorio per introdur¬si nello psicodramma, appositamente ingenuo e degradato, secondo un procedimento che a noi sfuggiva.
Il dottor Moreno mi perdoni, dicevo all'inizio: benché io sia stato tra coloro che hanno resistito alla voglia di piantar baracca e burattini, di uscire da quella sala maledicendo il dottor Gullace per quella bella idea serale, mentre altri, approfittando di un attimo di disattenzione del dottor Moreno, occupato a stringer la mano alla signorina, per una specie di romantico addio, e con una recitazione tenorile di vecchi tempi, che faceva molto vecchia Austria, se l'erano svignata, non senza aver subito un'occhiata dello stesso dottor Moreno, tra il divertito e l'imbarazzato, senza punta di risentimento comunque; poiché nessuno di coloro che sgattaiolavano apparteneva alla categoria di chi già era venuto ad altre sedute, secondo un calcolo fatto all'inizio, per alzata di mani, e quindi non costituendo alcun serio danno al suo prestigio commerciale. Ed è vero che una volta terminate quelle effusioni di gattone con il fiato grosso, ed una volta ricondotta la gattina al suo posto in prima fila, la luce è diventata in sala più fredda e fievole al tempo stesso; e lo stesso dottor Moreno in fretta e furia è scomparso, improvvisamente essendo apparsa sulla pedana, dopo un annuncio brevissimo e secco, la signora Moreno, credo, senza un braccio, in magliettina bianca e gonnellina di lana, con un viso freddo e autoritario, venato da una comunicatività tutta di riflessi e di volontà, in modo da non apparire orgogliosa o scontrosa, e però conservando intatti i segni dell'orgoglio e della scontrosità. E siccome da quel momento quell'aria di familiarità e di condiscendenza, di sensualità e di sentimentalismo, drasticamente è stata interrotta non è più riapparsa nella sala, bisogna anche supporre che nella sua bassa complicità o comunque nella sua forma degradata di comunicazione, essa appartenesse a buon diritto alla struttura drammatica della serata, cioè al tipo di procedimento spettacolare, su improvvisazione, del dottor Moreno; al quale quella ragazza era capitata innocentemente non premeditatamente, tra le dita, in prima fila, come si poteva sup¬porre, e subito, con perfetto colpo d'occhio, attirata sulla pedana, per una preparazione in sordina della seduta vera e propria; ogni sera probabilmente, il dottor Moreno, cercando uno stimolo iniziatore, tra i propri ricordi, e con qualche spettatore, per intiepidire l'ambiente, nonostante il pericolo di abbassare l'atmosfera paurosamente a ridosso della ironia e del sentimento, alternativamente.
Ora la riunione cui ho assistito è chiaro che potrebbe essere raccontata in termini quasi scientifici, dal momento che esistono resoconti precisi di queste sedute, sia dal punto di vista psicoanalitico che sociologico; e si sa che circolano teorie assai ampie se non estremamente lucide, dal punto di vista intellettuale e critico, sulla quantità di elementi messi in campo da queste stesse sedute; ma il modo più schietto, a mio parere, di darne un'immagine corretta e oggettiva e circostanziata, tenendo conto del materiale drammaturgico usato e degli effetti propria¬mente teatrali ottenuti, è quello di descriverne visivamente lo sviluppo, oltre che i personaggi, senza lasciarsi tentare da discorsi generici facilmente inclini all'usura ed all'improvvisazione.
E' uscito dunque con segreta volontà, e tuttavia prima di salire sul¬la pedana si è rovesciato un momento verso la moglie, nel breve spazio che appunto separa la pedana dalla platea, come se volesse da lei una conferma di quel suo gesto, e in tal modo rivelando un'improvvisa de¬bolezza, e di scatto ha posato il piede sulla pedana, fuori dall'influenza adesso della moglie anzitutto, dalla quale non ha ricevuto alcun segno di assenso ma nemmeno di diniego, pallidina anche lei e minuta per di più, dagli occhi larghi e freddi, e su un mento leggermente eretto, di più acceso scontro con la vita, e di maggior dominio di sé, stando alle apparenze. E tanto meno egli ha ricevuto alcun altro segno di assenso o di diniego da tutti gli altri che sono in sala pazienti di lunga data o curiosi capitati lì per sentito dire, come noi stranieri, o per raccomandazione di qualcuno, come forse è il caso della bellis¬sima ragazza di pocanzi in scena. Ho detto scena, e forse è più op¬portuno dire confessione, o martirio, o dialogo drammatico semplice¬mente. La signora dal braccio monco ha accolto a braccia aperte, maternamente quasi, il giovanotto, e però subito gli ha dato un rabbuffo, poiché costui non sapeva dove mettersi a sedere, e così se ne stava imbronciato e indifeso, in piedi, rifiutando quella sedia di ferro vecchio, e non osando nemmeno muoversi, rimaneva lì impalato, e pro¬babilmente rimpiangeva il suo bravo e comodo posto in platea, o anche perché quella sedia di ferro gli sembrava terribilmente inadeguata al rito di cui si era reso partecipe, coscientemente o meno.
Allora con persuasiva violenza la signora lo ha trascinato diretto sulla sedia, e gli ha messo gli occhi addosso rigidamente, ma per un atti¬mo soltanto, e poi, faticosamente, ma con pazienza, e a gradi successivi, con testardaggine, lo ha obbligato ad aprire bocca, ed a rivelarsi come età, lavoro, situazione di famiglia, e via dicendo; a mano a mano il giova¬notto perdendo quell'aria di insicurezza e di disagio con cui si era pre¬sentato, e quella sua improvvisa voglia di tornare in platea e di mettersi accanto alla moglie, e di nascondersi a se stesso e agli altri. E di conseguenza veniva entrando in quel clima di confessione, di martirio, di dialogo semplicemente drammatico, con una naturalezza sempre più ampia e fonda e con una latente festosità dell'animo e della mente, nono¬stante i rabbuffi e le esclamazioni della signora dal braccio monco. Io non so che cosa succedesse al giovanotto dentro di sé: se veramente fosse via via contento di liberarsi della sua storia privata, e quindi volentieri parlasse di sé, e si sfogasse dei suoi ingombri mentali e pratici senza subire alcuna pena fisica, o se una forza superiore, determinata dalla luce soffusa di grigio, dalla presenza acre della signora, dalla situazione stessa della pedana e di noi tutti in platea, lo avvolgesse suo malgrado in quest'aria di confessione senza ritegno e senza fine, nella quale tuttavia sembrava ora muoversi con estrema libertà.
La signora era molto sicura di sé, e procedeva nelle domande con cautela e penetrazione, con disinvoltura ed attenzione; un po' materna, dicevamo, quasi avesse dinanzi a sé un bambino di pochi anni, da soggiogare carezzosamente, ed un po' professorale, mediante una precisione e una pazienza che meccanicamente le procuravano grandi vantaggi esplorativi, un po' infine armata di oggettiva cattiveria per la latente soddisfazione che le procurava questo suo chiedere e richiedere, con successo, cioè con progressivo sfaldamento della personalità esteriore del giovanotto. Non importa qui sottolineare la storia di costui: le sue disav¬venture di lavoro, cioè il suo non riempirsi completamente nell'occupazione sceltasi, come il suo continuo scontrarsi in ufficio contro il diretto superiore; e poi le sue contrarietà e contraddizioni sentimentali, rispetto ai genitori ed alla moglie, ed al bambino di pochi anni, cioè l'odio per il padre, il dispetto per la moglie, l'incomprensione del figlioletto, di volta in volto, tutto questo irritandolo e facendolo soffrire, senza rendersene completamente conto. Le disavventure di lavoro e le contra-rietà sentimentali di questa specie sono infatti di uso corrente, e le ritroviamo pari pari anche in settimanali oltre che in libri, e in televisione, e a teatro, spesso, e comunque dappertutto si cominci a discutere e a scrivere di comportamenti della gente dei nostri giorni.
Ciò che invece è da sottolineare è come sia possibile, in una squallida stanza, su una squallida pedana, con squallide sedie e tavolino, infine con un giovanotto anch'esso sostanzialmente squallido, e con una signora che squallida certamente non è ma che con il suo maglioncino bianco e con i suoi occhiali comuni sembra uscire lì per lì da una stanzetta di soggiorno dove sinora abbia lavorato a maglia in attesa del marito, se poi non si mostrasse provvista di un'alterigia e di un orgoglio e particolarmente di un mestiere, un po' di inquisitrice un po' di attrice di teatro, con un pizzico di personale inclinazione ad aiutare gli altri in veste di religiosità sincera: e dunque come è possibile, in questo clima, e in questo ambiente, e con questi personaggi (per il momento lasciando fuori il nostro ineffabile dottor Moreno, che è di là, senz'altro, e come non dargli ragione, a contare i soldi della serata, dopotutto uno che tenga l'amministrazione della baracca, pardon dell'Istituto ,bisogna pur che ci sia, ma questo sospetto mi circola a fior d'animo e non posso non sorriderne, pensandolo con quelle mani grassocce ma svelte, e con quel doppio mento soddisfatto, tre o quattro cento dollari non sono una bazzecola, di lì a poco rientrerà in sala, sornione e malinconico, in disparte, seguendo la rappresentazione, con 1'angolo dell'occhio lacrimoso, e tuttavia attento alle luci, che siano cambiate al momento giusto, anche un po' di disattenzione non ci sta male, in tanta tensione via via creatasi e propagatasi, con un minimo di difesa per tutti quanti, ora che il giovanotto è dentro fino al collo nella sua storia privata, e la signora sembra averci preso gusto e lo tormenta dabbene e lo sferza violente-mente ), ecco infine, come è possibile che di punto in bianco, da una storia trita, di odi verso il padre, di risentimenti verso il capoufficio, di tutto quell'altro armamentario psicologico degradato e strettamente privato, si passi ad un'azione teatrale purissima, mediante personaggi che non hanno alcuna parte da imparare e semmai da sputare soltanto storia della propria vita, mediante elementi scenici anch'essi purissimi, essendo costituiti da due sedie di ferro vecchio e da un tavolino miserrimo e per di più claudicante, nient'altro, mediante infine l'uso ingenuo e alternante delle luci, ora abbassate ora alzate, con un povero criterio psicologico, e nondimeno anch'esse a poco a poco adattandosi e compenetrandosi in quell'azione di alto livello drammatico? Ecco: questo giovanotto probabilmente non ha mai pensato di poter recitare, o caso mai ne ha soltanto avuto un'idea lontana e confusa nei momenti di stanchezza e di delusione; e questa signora può anche darsi che sia stata attrice un tempo, e forse è risultata troppo intelligente per la scena, oppure il fisico non eccezionale non le ha permesso di emergere. E comunque qui è a suo perfetto agio drammaturgico, in un certo senso anche ineguagliabile, con alti e bassi terribilmente appropriati, di voce prima di tutto ed essenzialmente, l'atteggiamento rimanendo quella di una professoressa, o di un'assistente sociale, o di una rappresentante dell'esercito della salvezza, e tutt'assieme questi atteggiamenti provocano l'immagine di lei, sovrapponendosi e alternandosi distesamente e fruttuosamente. E dunque tutt'e due, stanno al centro della sala, e hanno in mano non soltanto se stessi, voglio dire, quel che devono dire e fare, ma anche il pubblico tutto quanto, che dal sorriso o dall'attenzione semplicemente è passato alla partecipazione e all'osservazione commosse, con un procedimento che non è usuale (né semplicistico), e cioè al tempo stesso è di spettacolo ad alto livello e di rito dolorosamente sofferto e di operazione scientifica oggettivamente condotta. Il giovanotto naturalmente è posto di fronte a sé stesso, dapprima da solo tentando una ricostruzione vera della propria vita: così ha bisogno di uscire dal limbo delle reticenze e delle immaginazioni e delle evasioni, strappandosi di dosso le bugie che egli sa e quelle altre bugie che non sa, di sé stesso. E perché ciò avvenga la signora lo mette subito a confronto con un altro, scelto in platea, probabilmente tra coloro che sono iniziati, e quindi conoscono il meccanismo della rappresentazione, senza che ci sia bisogno di un'altra operazione di adattamento e di assuefazione, come è successo per il giovanotto, di necessità. Ed infine essa lo costringe ad assumere la parte di coloro che egli ha analizzato pocanzi, come suoi effettivi o immaginari nemici, con l'effetto benefico di veder sé stesso dal punto di vista di questi nemici e di osservarsi pertanto freddamente mentre l'altro personaggio diventa il se stesso o l'ombra di se stesso. Ed in questo alternarsi di servo-padrone, di figlio-genitore, il giovanotto è portato ad elevarsi al di sopra del suo stesso materiale di vita, operando la sua immaginazione e la sua realtà adesso su un duplice fronte di emozione e di riflessione. E parallelamente la signora, che dovrebbe rimanere fredda e inerte, e cioè soltanto preoccupata di dirigere l'operazione scientificamente, in veste di analista, e con uno scopo unicamente terapeutico, è come trascinata anch'essa dal procedimento adoperato, di cui è sì completamente padrona, al punto da non dubitare mai del successo della cura, ma a cui è anche debitrice di una leggera vertigine, provocata dal soggetto in esame e dalla qualità degli elementi che dispone sulla scena per il giova-notto e per il pubblico contemporaneamente. Ciò che pertanto agita e commuove l'intera assemblea è questo continuo scambio di realtà e di illusione, di partecipazione e distacco, sia dei protagonisti, sulla pedana, sia di sé stessi, in platea; poiché in effetti nessuno deve diventare attore nel corso della rappresentazione, bensì caso mai raggiungere sé stesso; e però il procedimento essendo quello drammaturgico essenzialmente, è inevitabile che tutti, in certi momenti almeno, si sentano completamente attori. E così la realtà è davvero quella fetta di vita ingrata e deforme che siamo costretti a dividere e ricomporre ogni giorno, ed è anche quell'illusione che ci portiamo appresso al di sotto e al di sopra di quella fetta di vita ingrata a noi assegnata dal destino e che noi stessi ci siamo creata contaminatamene. Ed il tutto, lungo quello scavo orizzontale e verticale, risulta di una sotterraneità estremamente sottile e contemporaneamente di una feroce banalità, costituendo l'effettiva indagine su questo giovanotto; che è orizzontale nel senso che lo dispone sul piano dei rapporti di lavoro sui quali è più facile che egli trovi uno sbocco mentale e che è verticale nel senso che lo sottomette alla sola propria coscienza con nodi difficilmente scioglibili. E difatti egli, con l'altro, chiamato a dargli una mano, è più a suo agio quando deve ritrovarsi di fronte al padrone, oppure osservarsi come dipendente, mentre non riesce mai totalmente a distaccarsi e a riflettersi in quei momenti in cui nell'altro o in sé stesso è chiamato a risponder dei propri rapporti domestici, di figlio. Ma l'illusione evidentemente è di schietta marca teatrale, in questo caso; e cioè compenetrata da un'immaginazione che ne riscatta il versante crudo, quello che pende dalla parte della vita così com'è, nello stesso tempo proponendo un rimedio se non sicuro almeno più costante, qualora fosse possibile perpetuare quest'illusione immaginativa, al di là dell'ora o due in cui si svolge questa specie di rappresentazione; e cioè estendendosi alla vita così com'è e alla vita come è nel di dentro, senza più la necessità di quello scavo sotterraneo, da parte della signora, abbandonando quest'ultima e il suo procedimento, come elementi divenuti vuoti, e recuperando invece il pubblico tutt'intero come organismo vivente e unito. Purtroppo questo non avviene: il giovanotto, con la moglie, alla fine chiamata sulla pedana, a riprender l'uomo suo, naturalmente con un po' di vergogna per quell'esibizione, e però abbastanza distratta da tutti quegli occhi puntati su di lei, in una specie di trionfo comune, suo e del marito: il giovanotto dunque è meno imbarazzato di quanto si possa supporre, e per la stanchezza dell'agire e del parlare, è leggermente esaurito, ma non sconsolato. La signora invece sembra aver perso quella rapacità e quella superiorità che l'avevano contraddistinta in tutto il suo gran daffare per due ore e più attorno a quel giovanotto-strumento, oppure è soltanto impressione nostra, come capita talvolta di vedere attrici dilatarsi e prorompere in palcoscenico e poi di scorgerle in camerino, disfatte e umiliate, mentre magari nella vita sono proprio così, e chi sa che nella vita appunto anche quella signora sia buonissima e normale. E così si va via, a gruppetti, senza fretta, guardandosi l'un l'altro un po' fissamente, ma il dottor Moreno, che istintivamente vorremmo salutare, non si fa vivo, e così restiamo con la nostalgia di quel suo viso tranquillo e melenso, sorpresi da una serata così inquietante e nuova, proprio perché svoltasi nudamente; alla presenza di tutti, e non in una sala di psicanalista tra due persone soltanto, o in una casa privata tra persone che si conoscono e che si apprezzano. E comunque quella faccia del dottor Moreno l'indomani è apparsa sullo schermo, altrettanto aperta e vischiosa, e su un corpo ancora più grasso visivamente, e con parole egualmente tuttavia rilassate e prudenti e suasive: sotto il fuoco di fila di persone, anziane e giovani, che gli rivolgevano le più strane domande, e di un presentatore che non si sapeva bene se volesse ironizzare il procedimento usato dal dottor Moreno oppure prenderlo terribilmente sul serio. In effetti quelle persone lo prendevano assolutamente sul serio; dubbiose semmai del risultato, in nessun modo del procedimento; e gli pendevano dalle labbra, e lo contrastavano debolmente, con una segreta voglia di partecipare ad una seduta, che lì, sullo schermo, non era possibile svolgere, anche per la mancanza della signora, e peraltro non essendo stata preventivata dal presentatore della trasmissione. Nella tarda notte la faccia del dottor Moreno, chiudendosi l'intervista dibattito, aveva mandato un sorriso rassicuratore, di buoni sogni e di belle cose a tutti, con una piega ironica nondimeno, all'ultimo momento, ed un levar della mano, a guisa di arrivederci a presto, studiato senz'altro in nome e a vantaggio della ditta, pardon dell'Istituto.
Ora per ridare serietà a quanto si è scritto sopra, voglio dire, per ridare oggettività, anche se lo psicodramma inevitabilmente può e deve essere anche questa contaminazione di degradato e di rituale, di sacro e di profano, si può citare anche un chiaro, fin troppo chiaro scritto di Moreno, rimandando il lettore interessato specificatamente ad altre sue opere più voluminose e oramai diffuse dappertutto, persino a livello di giovanissime maestrine; e proprio queste ultime, a Torino, in un convegno tra scuola e teatro, me ne hanno parlato con adorazione e ansietà, volendo poi sapere per punto e per segno come fosse grande e bravo il loro Moreno, e in che maniera si comportasse, e come reagissero i pazienti, e via di seguito. Stando ad alcune dichiarazioni del dottor Moreno il dramma è la traslitterazione della parola greca che significa azione, o una cosa fatta. Lo psicodramma può essere definito, pertanto, come la scienza che esplora la «verità» con metodi drammatici. Il metodo psicodrammatico usa soprattutto cinque strumenti: il palcoscenico, il soggetto o paziente, il direttore, lo staff della cura terapeutica, e il pubblico. Il primo strumento è il palcoscenico. Perché un palcoscenico? Perché mette attorno al paziente uno spazio composto di più dimensioni e il più flessibile possibilmente. Il luogo teatrale dello psicodramma può essere scelto dappertutto vi siano pazienti, un campo di battaglia, una stanza di scuola o una casa privata. Ma la decisiva risoluzione dei pro-fondi conflitti mentali richiede un posto oggettivo, il teatro terapeutico. Lo spazio teatrale è un'estensione di vita oltre la sensibilità stessa della vita. Realtà e fantasia allora non sono in conflitto ma ambedue hanno funzioni, dentro quello spazio vuoto, che è il mondo psicodrammatico di oggetti, persone ed eventi. Il secondo strumento è il soggetto o paziente. Gli è richiesto anzitutto di essere sé stesso sul palcoscenico, di porgere il suo proprio mondo privato. Ma gli è richiesto di parlare di sé stesso non come attore, egli deve agire spontaneamente, via via che gli sorgono cose in mente. Dopo la spontaneità viene quello della promulgazione.
Il livello verbale è superato è incluso nel livello di azione. Vi sono parecchie forme di promulgazione, la fiducia di essere dentro un ruolo, l'uscire da una scena passata, il vivere fuori di un problema che urge, il creare vita su un palcoscenico o il collaudarle per il futuro. Poi viene il principio di compromissione. La realtà non è soltanto non temuta ma anche provocata. Infine viene il principio della realizzazione. Il paziente è condotto non soltanto a sostenere parti di sé, ma anche di altre persone che condividono í suoi conflitti mentali. Queste persone possono essere reali o illusorie. E le tecniche che stanno dentro questo procedimento sono di diversa specie: autopresentazione, soliloquio, proiezione, interpolazione di resistenza. terzo strumento è il direttore. Egli ha tre funzioni: guida, terapista e analista. Come guida deve stare attento che il materiale umano a sua disposizione si trasformi tutto in materiale drammatico, senza che si perda il rapporto con il pubblico. Come terapista egli deve stare a ridosso del soggetto fino al punto di piangere o di ridere con lui, e di volta in volta può essere attivo o passivo. Come analista egli può aggiungere alla sua interpretazione le risposte che vengono dal pubblico, marito, genitori, bambini, amici o vicini. Il quarto strumento è uno staff complementare di ego, la cui funzione è triplice: quella di attore, sostenente ruoli richiesti dal mondo del paziente, la funzione di agente terapeutico che guida il soggetto, e la terza di investigatore sociale. Il quinto strumento è il pubblico, che ha un duplice scopo. Può essere utile al paziente, o addirittura essere aiutato dal paziente. Ed è opportuno fermarsi al procedimento, senza entrare in merito alla terapia di gruppo, ed alle conseguenze di questa terapia, come analisi del comportamento collettivo; e il procedimento è utile per intendere quanto all'Istituto Moreno viene offerto pubblicamente in determinate sere del mese, né più né meno di una serata teatrale, e con oggettiva tensione, al di là delle reazioni soggettive, di cui anch'io sono stato dapprima malamente preso.
Su Moreno è interessante riportare dal saggio di Salvator Veca : « Moreno, psicodramma e sociometria » ( Aut Aut, marzo 1967 ) : « La complessa esperienza di Moreno ha, come è noto, un' origine direttamente connessa alle tecniche di recitazione proprie del teatro: l'idea dello psicodramma deriva infatti dall'esperimento dello 'Stegreif-theater' viennese del '22, con cui Moreno, senza proporsi ancora preoccupazioni o intenzioni di tipo psicologico-terapeutico( voleva realizzare attraverso la prassi teatrale, la sua tipica esigenza di una "liberazione" dell'uomo dalla cristallizzazione dei modelli culturali, dei tipi di comportamento, delle maschere fisse che caratterizzano, in una certa fase, la struttura della collettività). Alla base dell'idea di 'Stegreiftheater', che del resto si connette ad una serie di esigenze tipicamente teatrali, lucida-mente avvertite nel contesto storico in cui si muove Moreno, ritroviamo una motivazione che rimane costante nello sviluppo delle tecniche psico-drammatiche e sociometriche; è il presupposto di un conflitto di fondo tra il soggetto e il ruolo sociale, tra la monade o atomo sociale e la struttura oggettivata di una società che esige la "divisione del lavoro", e, correlativamente, la scissione fissa in "ruoli", "status", o modelli di comportamento cristallizzati. L'individuo, la cui caratteristica di fondo è per Moreno costituita dalla "spontaneità-creatività" si allinea nel ruolo: nel momento in cui si apre un conflitto, più o meno consapevole, tra soggetto e ruolo, tra individuo e modello già dato, sorge la malattia, l'ansia, la nevrosi. Lo 'Stegreiftheater' risponde per Moreno a questa crisi della con-dizione umana attraverso le sue tecniche di "spontaneità", il rifiuto della maschera o del tipo. già dato e la liberazione "completa" (verbale o gestuale) della immaginazione o della "invenzione" del soggetto. Lo psicodramma sviluppa appunto entrambi questi presupposti (la genesi della malattia e il tipo di terapia): venuto a contatto con Freud e la sua scuola, Moreno assume alcuni risultati centrali della psicoanalisi, avvertendo però l'esigenza di un superamento. La sua proposta teorica e operativa trova una prima formulazione dell'elaborazione delle tecniche del-lo psicodramma, come per quella psicoanalitica, richiede l'idea di un pro-cedimento catartico. Come abbiamo già accennato, riferendosi all'esperimento dello 'Stegreiftheater', per Moreno la catarsi o liberazione del paziente avviene attraverso la "espressione integrale" della sua soggettività: i mezzi di tale espressione non sono veramente verbali, ma anche gestuali. La soggettività concreta deve poter usare le sue tecniche espressive nella loro totalità: il gesto, la parola, il movimento corporeo sono gli strumenti adeguati per tale procedimento terapeutico. Il corpo è considerato da Moreno come un "organe d'expression, porteur d'intentions"». (pag. 95).
Ma nota il Veca: «La più ampia gamma di esperienze sociometriche e sociodrammatiche di Moreno è costituita, com'è noto, dalle ricerche effettuate al centro di rieducazione di Hudson. Se andiamo a vedere i risultati e il tipo di lavoro svolto di fatto a Hudson, che Moreno ha raccolto integralmente in 'Who shall survive', ci rendiamo conto del modo con cui il suo 'ideenkleid' "astratto", opera concretamente nella elaborazione delle tecniche e delle procedure psicologiche e sociologiche: come afferma Pontalis, "les résultats sont affligéants". La psicoterapia di gruppo sembra doversi proporre come fine, al limite, il funzionamento "sano" e organico del gruppo, della cellula sociale su cui la sociometria indaga scientificamente. Il funzionamento dipende dalla distribuzione adeguata dei ruoli sulla base della dinamica psicologica, riscontrata nel gruppo e simbolizzata nel sociogramma. La microsociologia di Moreno realizza in tal modo il "regno della cooperazione", identificando la "salute" psicologica degli elementi del gruppo con la loro efficienza "produttiva". È chiaro che la neutralità scientifica della sociometria nasconde semplicemente una accettazione o assunzione delle condizioni strutturali in cui il ricercatore opera e la assolutizzazione di tali condizioni naturali o "sane" ... Se proviamo quindi a fornire una serie di specificazioni al concetto indeterminato e indefinito di intersoggettività che guida le teorie moreniane, ci rendiamo immediatamente conto che esso non è altro che la assolutizzazione di un "dato" storico, spazio-temporale, quale la struttura di una società determinata e della sua organizzazione economico-sociale e la sua ipostatizzazione in un modello astratto. La neutralità della sociometria occulta una precisa ideologia: la psicologia è in tal modo in una tipica situazione di "oggettivazione" e di caduta delle intenzionalità e del significato delle sue operazioni teoriche, della sua prassi; essa fornisce un esempio tipico di quello "oblio del significato", di cui parla Husserl nella 'Crisi'. (pag. 102); infine l'esigenza di una indagine genetica che riveli la radice inter-soggettiva della nevrosi, reagendo al pericolo "solipsistico" della psico-analisi, rimane, come abbiamo visto, l'aspetto più interessante e valido della ricerca moreniana; esso costituisce però, nello stesso tempo, l'indice della sua crisi e della sua oggettivazione, perché questa intersoggettività che Moreno vuol rivendicare in sede diagnostica e in sede terapeutica, si rivela come una intersoggettività astratta, o come diremmo in linguaggio fenomenologico, "non fondata" ». (pag. 103).
A proposito di psicodramma vorrei citare la conferenza «Cruauté, esorcismo, psicodramma» di Luigi Squarzina al convegno di studio del Festival Internazionale di Venezia '67, sia per alcuni riferimenti specifici alle teorie del Moreno sia per una diffusa analisi del concetto di catarsi nel corso dello psicodramma, sia per un'accentuazione critica piuttosto fervida, sul teatro primitivo, nell'ambito di una riflessione «scenica» di uso di elementi «contemporanei».