UNA PIANTA CHE HA SETE un blog di Laura

- Categoria: Futuro

In questa nota la giovane Laura, studente di psicologia a Roma, descrive a caldo un suo breve ma intenso psicodramma nato nell'aprile del 2021 sul terrazzo della scuola IPOD. Il gruppo era uscito all'aria aperta dopo aver visto la puntata della serie GIOCARE IL SOGNO FILMARE IL GIOCO (1990) intitolata 'Alvaro' (clicca qui).
Lo psicodramma di Alvaro è un evergreen: parte dalla fantasia persecutoria di un ragazzo che da bambino si era convinto di aver causato la morte di cancro del padre, per aver offerto una limonata a un mendicante in un bicchiere che era rimasto 'infetto' della malattia. Il gioco di ruolo di Alvaro si conclude con una catarsi in cui confessa il suo crimine immaginario al padre che lo rassicura e lo abbraccia. A distanza di trenta anni l'incontro finale tra padre figlio continua a colpire chi lo vede come se stesse accadendo nella realtà. E sollecita condivisioni come quella di questo post sospeso tra passato e futuro.

Mi chiamo Laura, ho ventidue anni e la mia prima esperienza con lo psicodramma è nata in maniera talmente naturale che sembrava essere stata già scritta. Il giorno del mio “debutto in società” ero particolarmente rilassata, forte dell’intenzione di restare in un angolino ad apprendere il più possibile dalle intenzioni e dalle modalità d’azione della materia; è anche probabile, ammetto, che avessi sottovalutato il diretto coinvolgimento emotivo che un approccio psicologico di questo genere ha su chiunque abbia una sincera voglia di essere amico dei propri ricordi.

Mi accompagna la convinzione che la mia storia possa essere la storia di altri, e che pertanto possa io essere compresa senza troppe introduzioni preliminari. All’età di quattordici anni perdo mia madre a causa di un complesso tumore, la malattia dura circa sette anni e la lunghezza di questo estenuante lasso di tempo permette un continuo mutamento - talvolta anche spiacevole - della relazione madre-figlia. Ricordo infatti di aver iniziato, nel periodo finale e più problematico della malattia, a creare un distacco fisico e comunicativo con mia madre, come atto puramente autoconservativo. Il doloroso evento della morte ha fatto nascere in me un complesso di colpa che primariamente derivava dall’essere venuta meno a una richiesta di mia madre. In un suo evidente momento di debolezza mi chiamò mentre dormivo chiedendomi di portarle un bicchiere d’acqua ma io, pur dicendole di sì, mi riaddormentai dimenticando la sua richiesta. Per estensione quindi - e così si arriva al motivo del gioco - la colpa di non aver accudito mia madre mi perseguita da allora e raramente mi permette di perdonarmi.

Introduco il racconto del gioco di cui sono stata protagonista col dire che la sensazione più gradevole che ho riscontrato nella prima parte dell’incontro con Ottavio Rosati è stata la progressione naturale e assolutamente non coercitiva con la quale sono stata avvicinata al definitivo incontro con questi miei più antichi sentimenti.

Il gioco si apre con la riproduzione della scena da cui nasce il senso di colpa: perciò un compagno del gruppo, nelle vesti di mia madre, mi chiama sul cellulare per chiedermi un bicchiere d’acqua. Mi dirigo verso di lui: questa volta ho finalmente l’opportunità di cambiare il futuro delle mie azioni passate. Lo psicodramma avviene su una terrazza adornata di piante e io scelgo quale tra queste voglio che porti il nome di lei. Ottavio mi chiede quindi di innaffiarla prendendo con le mani dell’acqua e facendola gentilmente cadere su quei petali il cui colore non poteva essere più vivo. La delicatezza e la cura con cui bagno i fiori entra in conflitto con la necessità quasi frettolosa e spasmodica di saziare la pianta - quindi mia madre - perciò rabbocco l’acqua per altre due volte, finché non sento di aver finalmente fatto abbastanza; io stessa prima di aver versato l’acqua per la terza volta mi sentivo secca, sentivo di non aver fatto abbastanza neanche per me stessa. Il conduttore mi invita a fare un soliloquio nel quale, in veste di mia madre, con la pianta in mano, mi ringrazio per la gentile azione svolta e ad andare avanti nel gioco. I compagni del gruppo vengono coinvolti in un doppiaggio, sempre nelle vesti di mia madre, al fine di ringraziarmi ciascuno per volta con una personale nonché commovente dedica.

L’emozione provata durante i ringraziamenti oso identificarla come quasi indescrivibile, tanto da scatenarmi un pianto che somiglia a quello che si prova nel nascere. Io, crocerossina per eccellenza, da nove anni con chiunque incontri, vengo ringraziata non per aver salvato il mondo (unica unità di misura per cui giustificherei che qualcuno mi ringrazi), ma per essere stata buona, semplicemente “buona come l’acqua che stavo donando”. Non vengo riconosciuta perché merito di essermi fatta carico del peso del mondo a fronte del salvataggio negato a mia madre. Vengo riconosciuta per amore… Solo ed esclusivamente per amore, incondizionato amore, gratuito amore che chiunque ha diritto di meritare, non per ciò che si è commesso, ma perché si è… Figli della stessa madre, genitori dello stesso amore.

Alla fine dello psicodramma ricevo in dono la pianta con la raccomandazione: "prenditene cura".

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