LUCIANA SANTIOLI SULLA FOTO TERAPIA

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Colgo l’occasione della mia recente lezione alla scuola di specializzazione in Psicodramma IPOD per introdurre in questo blog l’argomento della fototerapia e precisare cosa intendo per Photoplay.

Nel mio lavoro di psicoterapeuta ho verificato quanto sia importante l’uso della fotografia: le immagini dicono molto di più delle parole. Sono anni che in psicodramma Ottavio Rosati utilizza immagini e foto proiettate su uno schermo per creare una scenografia minimalista della  storia messa in scena e favorire il dialogo con personaggi o i fantasmi del paziente.

Nel Photoplays unisco le tecniche di fototerapia a quelle di giuoco dello  Psicoplay (alias psicodramma) che amplificano le possibilità di esplorazione delle foto stesse, offrendo possibilità di giochi terapeutici individuali e di gruppo.

Posso usare 'testi' portati dalla persona con cui sto lavorando (come foto della famiglia o foto che siano sentite come importanti per la propria storia), foto nuove che invito a fare su alcuni problemi del paziente o  foto che mi vengono portate spontaneamente dal paziente. Il linguaggio delle immagini arricchisce sempre il linguaggio verbale: è metaforico ed è quello utilizzato dall’inconscio nei nostri sogni.

Si parla di Fototerapia anche a sproposito. Perciò è importante distinguere la  vera Fototerapia come utilizzo di  foto nell’ambito di una psicoterapia in un percorso con un setting. Judy Weiser nel libro “FotoTerapia. Tecniche e strumenti per la clinica e gli interventi sul campo” (Angeli) distingue alcune tecniche:

     1- Tecniche fotoproiettive con collezione di foto del terapeuta: una stessa foto racconta storie diverse.

     2- Lavoro con serie di foto scattate dal soggetto o scelte tra altre immagini prese da un giornale o dal web.

     3- Lavoro sugli album di famiglia. Cosa è cambiato col digitale?

     4- Utilizzo di foto di un soggetto, scattate da qualcuno quando il soggetto era consapevole o quando era un bambino inconsapevole.

5-   Lavoro sull’Autoritratto dove c’è il controllo di tutto: chi fa la foto è autore, soggetto e regista.

Esistono casi dove gli autori hanno utilizzato progetti fotografici per elaborare un loro problema o per esprimerlo e prenderne maggiore consapevolezza fino a una  sorta di catarsi, quindi con effetto terapeutico senza che ci fosse un contesto terapeutico specifico.

Poi c’è tutto l’ambito della fotografia come progetto sociale per sensibilizzare su tematiche specifiche, su gruppi di minoranza, per dare la possibilità di espressione diretta tramite e su gruppi di minoranza o con problemi specifici.

Chiudo il post con un piccolo esempio. Per capire meglio quanto ci dice un'immagine, analizziamo la seguente foto.

 


Ebbene, cosa notate? Qual è la postura dei personaggi? Quali sono le cose che ricorrono e quelle che si differenziano? Analizziamo bene la disposizione delle mani. Cosa ci dice?

Quale differenze deduciamo dalla fotografia rispetto alle due madri?

Se poi provassimo a dar voce ai personaggi della foto come in uno psicodramma, quali sarebbero i rispettivi soliloqui (il pensiero  non espresso )? E se ci fosse la possibilità di ristrutturare questa foto quali modifiche suggerireste?

Infine: che titolo dareste all’immagine?

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