LA MODA PROIBITA TRA CINECITTA' E SCIAMANI

- Categoria: Passato

Primo anno

2012

Nel 2012 mi ritrovai sazio di psicodrammi pirandelliani e ricerche cliniche sulla terapia dei traumi. Dopo un incontro casuale all'accademia de Lincei, cercai di realizzare con un progetto cinematografico su Roberto Capucci il celebre couturier-artista ormai novantenne che avevo incontrato negli anni Ottanta durante i festival musicali estivi, da Verona a Salisburgo a Torre del lago Puccini, dove per dieci anni sono andato come critico lirico.
Capucci è un artista e un personaggio affascinante. La sua scheda su IMDb dice: his works appeared in the Museums of Munich, Wien, Berlin, Paris, New York, Washington, Luxembourg, Stockholm, Madrid, Strasbourg, Moscow, London, Lisbon, Firenze, Saint Petersburg and other cities.

Una bibliografia sterminata, più da archistar che da stilista. Una laurea honoris causa. Mi sembrava di fare il coming out di un amore irresistibile. Il titolo emerse in un attimo: La moda proibita.


Contro il progetto c'era una fidanzata inglese, bionda come Fernanda Pivano, detta Vertìgo, la donna che visse due volte, ostile ai miei filmetti. Al polo opposto il tirocinante della scuola Ipod Francesco Marzano detto Fresco, gioiosa incarnazione del Puer Aeternus  ma, per molte cose, coi piedi a terra più di me. Francesco e io condividiamo vari miti tra cui l'analisi attiva di Sandor Ferenczi, Totò e Il diavolo veste Prada.  Cercammo, come consulente del film Adriana Mulassano, storica della moda e già collaboratrice di Armani, una donna affascinante e colta, capace di un umorismo sottile e intelligente.
Non potendo assumere un assistente alla regia, ripagai Fresco con l'iscrizione al Corso di Specializzazione in Psicodramma della scuola Ipod e facendogli otto anni di didattica e supervisione dei suoi primi pazienti. La formula era: formazione > < collaborazione. Il baratto era possibile perché Plays srl amministra sia la scuola Ipod che la casa di produzione di documentari culturali.

Conoscete la tipologia junghiana che distingue introversione/estroversione e ipotizza quattro funzioni: pensiero, sentimento, sensazione e intuizione? Fresco è un tipo di rara simpatia e spontaneità: la sua funzione principale è il sentimento estroverso, cioè la mia funzione originaria ma distorta a favore del pensiero.
Ovviamente Capucci, in quanto artista, rappresentava la funzione di sensazione estroversa. L'angela custode della produzione era Marie-Louise von Franz (1915-1998) l'analista junghiana (intelligentissima e peggio vestita del mondo) ritratta in lana blu nella foto qui sotto accanto alle modelle sfarfallose di Capucci.
Insomma i due tipi psicologici incarnavano le mie funzioni in Ombra. Con Adriana Mulassano diventava un doppio a tennis dove le coppie ogni tanto cambiavano con imprevedibili effetti di serendipity tra amore, sorpresa e e rabbia.


Nella scuola Fresco si diplomò con una tesi sul cinema LGBT e psicodramma che poi uscì come romanzo: 
Ciak si gioca. Gli diedi le chiavi dello studio a palazzo Torlonia alla Lungara dove divenne il tutor degli studenti e gli insegnai l’uso della Scacchiera, al livello di Luciana Santioli (la mia amata sorella-moglie psicodrammatica). Sapeva vita, morte e miracoli dei personaggi dei comics, da Disney a Miyazaki e ne introdusse altri della sua generazione, come Sailor Moon, di cui ignoravo l'esistenza. Fresco per il film riuscì a fare tutte le funzioni per cui alla Rai avremmo avuto un intero staff, dall'antennista all'amministratore.
Alla conclusione del progetto, Donald Duck era diventato Mickey Mouse. Suo padre avrebbe potuto essere orgoglioso di suo figlio come lo ero io. Ma non lo fu, come non lo era mai stato. Devo dire che l'intesa con Fresco è stata un rapporto di scambio e scambio a 360 gradi. Dal punto di vista psicoanalitico (nel senso di Ferenczi e Winnicott, non di Freud) mi sembra il prototipo di un incontro esemplare tra due uomini di età diverse in cui ci siamo dati tutto quello che ci potevamo dare, scontri compresi, in stile Who Shall Survive?, direbbe Moreno. L'esperienza di questi sette anni di produzione psicodrammatica è altrettanto importante del documentario che ne è uscito e, a sua volta, vuole diventare un film. Dopo il Teatro nel Teatro, come Ciascuno a suo modo di Pirandello, un film sul film come Effetto notte di Truffaut.


Il progetto Capucci, dopo Generazioni d’amore, per me non era solo un documentario d’arte. Era anche una ricerca innovativa sullo psicodramma e un esperimento sul gioco di ruolo, anzi di ruoli. In che senso? Prima di tutto costituiva il riscatto di segreti traumi pivaneschi, (clicca qui) attraverso il fare e l’agire, come insegna Moreno. E poi, sulla scia di Da Storia nasce Storia (per Rai3) e Fantasmi (per Cinecittà Holding) volevo mettere lo psicodramma al servizio della Forma non solo della Vita. Forse l'Ordine degli Psicologi non sarebbe d'accordo ma qualcuno deve pur fare qualcosa di nuovo. 

I critici hanno definito Capucci Il Re del Bello e un artista prestato alla moda: di forme se ne intendeva. Poteva insegnarci molte cose sull’etica dell’estetica e sull’importanza delle immagini su cui James Hillman ha scritto il libricino La Giustizia di Afrodite. Roberto conosce i colori (ha una collezione di cappotti di lana di Casentino in 40 colori diversi) così come io so a memoria i film di Hitchcock e Fresco centinaia di meme contemporanei. Anche noi psicodrammatisti potevamo sorprendere Roberto. Infatti mentre continuavamo a girare, girare, girare disse in un'intervista: Ma Rosati cosa sta facendo, la Bibbia?

Valentino: The Last Emperor, il film di Matt Tyrnauer del 2008, era frutto di 250 ore di riprese (dal 2005 al 2007). Le nostre riprese e ricerche sarebbero andate avanti fino al 2018 per un ammontare di ore ancora più alto. All’inizio del viaggio, partito da una mostra alla Venaria Reale di Torino, disponevamo di molta energia carica di intuizioni. Decisi di girare in 3D perché i vestiti di Capucci sono architetture e il budget permetteva i girargli attorno con la steadycam. Il giovane montatore Filippo Orrù (il primo a essere pagato sempre e subito e in contanti) era al suo esordio ed era entusiasta del lavoro. Finì quasi per immaginare che il film fosse suo. Ma questa è un'altra storia.

Secondo anno

2013

Iniziammo con un cortometraggio di 20 minuti sulla mostra di Torino La Ricerca della Regalità del 2013 e il maestro lo commentò così: Caro Ottavio, ho visto l’inizio del tuo documentario "Le code le Ali" sulla mia mostra alla Venaria Reale. Sono rimasto entusiasta dell’energia che hai messo in questo video. Svelto, giovane, veloce e interessante. Quanta fantasia e immaginazione!  Andiamo Avanti e mettiamo tutto questo nel film. Un abbraccio affettuoso.


I rapporti tra noi e Capucci, tra cene cinesi, interviste nel suo atelier ai Fori e riprese nella villa del fratello sull'Appia antica, divennero sempre più amichevoli. In quel momento le cose che mi davano gioia erano tre: il progetto Capucci, il mio cacatoa Teto e Sehnsucht (Desiderio) un quadro di Anton Konig del 1922. Il mio analista disse: per Freud dovresti capire le immagini. Invece per Jung dovresti comprenderle entrandoci in rapporto. Devi vedere cosa vogliono da te e rispondere... come fa Jung nel Libro Rosso.


Feci una serie di immaginazioni attive, combinate alla mia tecnica della Scacchiera più psicodrammatica e agile del disegno. Dopo un po' Sehnsucht uscì dalla tela, mi venne incontro e mi baciò. Affinché l'immaginazione fosse davvero attiva e onesta, feci l'amore con il mio oil on canvas che, per essere nato nel 1922, trovai in gran forma.


Mentre ci facevamo la doccia con acqua ragia e bagno schiuma alla trementina, Teto volò sulla tenda, fece la cresta e disse: Quel tuo Capucci mi piace assai: è un tipo con gli occhi aperti e soprattutto è una persona capace di restituire la tua energia invece di assorbirla e farla sparire nel nulla come ha fatto Fabio. Promettimi di non chiamare Fabio per gli effetti speciali del film. Quel giovane Filippo basta e avanza. Dagli fiducia e vedrai...

Alzai la mano e giurai: "Niente Fabio per le animazioni 3D! Farà tutto Filippo Orrù."
Allora Teto aprì le ali e iniziò a dissolversi.  Le sue ultime parole furono:

Vertìgo cercherà di ostacolare il tuo film. Poi mi butterà fuori perché ho preso la malattia del becco e delle piume. La mia cara Iside resterà vedova. Trasferiscila in un bel posto in campagna con conigli, asinelli e grandi alberi da sgranocchiare. Tu valla a trovare con Fresco e portale le lingue di gatto di Checco er Carettiere. Sappi che dal cielo io vi amerò per sempre. Ciao, Teto!


Così istruito, mi dedicai al progetto. Effettivamente, più ero felice, più Vertìgo mi accusava di trascurare il lavoro clinico e gli psicodrammi della scuola. In realtà era vero il contrario: pazienti e allievi trovavano in me una nuova energia. 

Mi calai seriamente in una ricerca sulla storia della moda e le sue tecniche. Nell'atelier ai Fori Romani, Fresco ed io ricevemmo dai responsabili della Fondazione Capucci, Serena Angelini ed Enrico Minio, nipote del couturier, i documenti  per narrare la storia di Capucci. Il suo debutto a 18 anni avvenne a Firenze nel 1951 grazie al marchese Giovanni Battista Giorgini che, con una manovra astuta, riuscì a imporlo ai giornalisti di tutto il mondo aggirando la proibizione delle Sorelle Fontana e di Emilio Schuberth, Carosa, Alberto Fabiani, Simonetta, Jole Veneziani e Germana Marucelli.

Seguendo e inseguendo il Maestro nelle sue conferenze e mostre in Europa, scoprimmo la storia (agli antipodi di quella di Saint Laurent) del ragazzo per bene e molto scherzoso della buona borghesia destinato a diventare il sarto più eccentrico dell'aristocrazia romana, della "Hollywood sul Tevere" ma pure di Rita Levi Montalcini che nel 1986 ritirò il Nobel indossando un suo vestito di gala con la coda ammiratissimo dalla regina. Roberto ci spiegò perché e come, dopo decine di collezioni di successo internazionale, smise di sfilare ed uscì dal sistema commerciale della moda per esporre le sue creazioni nei musei di tutto il mondo, con la protezione del Ministero dei Beni Culturali. 

Per proteggere questi vestiti importanti come opere d'arte, alcune sue clienti, dopo qualche tempo li donavano alla Fondazione Capucci. Tutto sommato, lo pagavano per fargli un regalo e lo ringraziavano di essersi espresso facendole belle con i suoi capolavori. Dal punto di vista psicoanalitico è una relazione oggettuale unica e complessa degna di una tesi di laurea. Intorno a Capucci non abbondano solo oggetti strani. La cosa più strana per uno stilista è che le sue librerie erano piene di libri e cataloghi di mostre che lui legge e rilegge. La sua cocaina è la storia dell'arte.

Fresco viene da una famiglia calorosa ma ancora più semplice della mia. Non aveva mai visto un attico come quello di Capucci circondato da una terrazza giardino affacciata sui tre atti di Tosca: S. Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel S. Angelo e un giorno mi domandò col massimo candore: Ma perché, durante le interviste, Capucci non ci offre mai niente da bere? Rientra nel Galateo delle case molto belle, vero? Quando Francesco parlava così, mi immaginavo che Sandro Pertini saltasse fuori da un armadio e corresse ad abbracciarlo.

La dimensione Animica di Fresco, per dirla in termini junghiani, è semplice, spontanea e mediterranea nonostante il continuo uso del cellulare. Non ha a che fare con gli archetipi di Maria, Elena, Kundri o Sophia. E' pura Jessica Rabbit, come dice ridendo il suo ragazzoA differenza della mia, che è piena (anzi circondata) di libri e complessi, la sua Anima riesce subito simpatica a tutti e, in una produzione indipendente, questo semplifica molte cose.
Una volta incontrammo per strada, davanti al fruttivendolo (chiamato Bulgari perché un pomodoro costa un euro), una modella che ci chiese di fare una fotografia insieme. Poi guardò Fresco negli occhi cerulei (come direbbe Miranda Priestley) e gli disse Sembrate così felici con quei due cocker... Non ci si può non innamorare di te! Succede anche a Cinecittà: se andiamo insieme si crea un campo isomorfico alla Sheldrake per cui ci chiamano ragazzi. Se entro da solo mi chiamano professore. Secondo voi cosa preferisco?

Terzo anno

2014

Correndo su e giù per l'Italia su una scassata Fiat rossa (che nei sogni di Fresco era la Panda dei Super Eroi), ritrovammo articoli e foto e persino i video della mostra eccezionale del 1996 al Teatro Farnese di Parma fatti e smarriti da Enel e Rai International: tutti i capolavori di Capucci in piedi nell'anfiteatro di legno. Facendo il casting, fermai per strada un ragazzo identico a Roberto a 18 anni e lo scritturai al volo come attore per le scene con Giorgini.

Col montatore Filippo, al suo debutto, pensai di far danzare tra i fotogrammi del film i personaggi immaginari di Capucci che Heike Schmidt avrebbe espostro agli Uffizi di Firenze. Alcuni coututier sanno tagliare la stoffa; Capucci è l'unico che, oltre agli abiti,  crea personaggi come fa uno scrittore o un pittore o uno scultore.
Erano così spettacolari che, nel 2019, avrei proposto a Capucci di ricavarne costumi per una mostra con coreografie che avevo progettato per Piazza del Duomo a Siena. Il sindaco voleva animarla all'aperto su carrelli nello stile dell'Orlando Furioso di Ronconi. Ne parlammo a un impresario di balletti, che poi realizzò il progetto di Plays a Spoleto, senza carrelli e senza Plays, creando così un Ottavio Furioso. Ma anche questa è un'altra storia. Durante il montaggio del film dissero in molti (compreso Roberto) che di questi disegni immaginari nel film ce n'erano troppi. Finsi di averli dimezzati di numero e tutti convennero che così andava bene.

Tra i testimonial: Anna Fendi, Rajna Kabaivanska, Pier Luigi Luisi, Sidival Fila, Eike Schmidt, la principessa Maria Pace Odescalchi, Sylvia Ferino che accosta le creazioni di Capucci ai quadri di Arcimboldo, Adriana Mulassano che contrappone il genio di Capucci a quello di Chanel e Armani. Tutto bello, faticoso e anti-industriale, come speravo, come volevo. A tratti anche divertente quando il couturier era alle prese con certe ragazze viziate, di famiglie ricche, che metteva alla porta senza tanti complimenti quando dicevano: Lei, Capucci metta pure la coda al vestito. Poi magari, prima dell'altare me la faccio tagliare con le forbici. 
La produzione si rivelò uno psicodramma comico ed estetico. Di quelli che non fa mai nessuno perché noi psicologi siamo abituati a mettere la lotta alla sofferenza prima di tutto, come se la psiche non potesse cercare anche bellezza e felicità.

Nel docu-film ricorre la celebre opera Oceano che il Ministero italiano degli Affari Esteri commissiona a Capucci nel 1998 per l’Expo di Lisbona come incontro di arte ed ecologia per la salvaguardia dei mari nel futuro. L’abito-scultura è composto da duemila piccole strisce di sete plissettate a vapore e cotte in microfornaci in 172 sfumature di azzurro e blu, dal profondo fino ad arrivare al trasparente. Ha richiesto 200 metri di seta e il lavoro di cinque sarte che hanno lavorato per sei mesi.
Al colore azzurro di Oceano nel docufilm contrapposi la storia di una ragazza normale che vorrebbe sposarsi in un abito di Capucci. Non avendo modo di farlo, una notte si nasconde sotto un abito da sposa della Venaria e sogna di essere un ragazzo, studente di psicologia che porta in metropolitana il Libro Rosso di Jung dove ha trovato il disegno di un Maṇḍala identico a un figurino di Capucci.

Roberto raccontò l'incontro felice con Silvana Mangano Pasolini, quello con Anna Magnani che alla fine si rifiutò di vestire perché era stata scortese con le sue sarte e quello con Sophia Loren che non pagò il conto ma offrì di farsi fare una foto con lui (Grazie, no.) Quando Capucci ci parlò del suo rifiuto del prêt-à-porter e della lotta commerciale, davanti agli studenti emozionatissimi dell'Accademia di Ferentino che lo interrogavano sul futuro dell'Alta Moda, li incoraggiò in ogni modo. Per mia fortuna di regista, tradì un'espressione di sgomento quando una ragazza ciociara gli mostrò la sua creazione: un vestito grigio per mamme che era una praticissima nursery smontabile con cambia-pannolini.

La sua era una storia senza scandali, marchette e cocaine, in controtendenza al carattere commerciale, borderline e maudit di uno stilista come Alexander McQueen (suicida a 40 anni) e di imprenditori come Halston, Versace o Dolce e Gabbana per cui non girerei niente, nemmeno con un tassametro di mille dollari a fotogramma e che, a loro volta, non si rivolgerebbero a me come regista. Adriana Mulassano, che collaborava con un racconto, alla sceneggiatura e al booklet del DVD  mi riferì una frase di Versace ad Armani: Giorgio, tu vesti le signore, io le puttane, Capucci i sogni. 


La solarità di Roberto, la sua convinzione chi è nella moda è già fuori moda era lontana dalle abitudini del grande anzi del grosso pubblico. Questo stilista ideale senza un'Ombra né difetti, secondo Francesco, rendeva difficile l'identificazione degli spettatori comuni. Io replicai peggio per loro e protestai che la televisione di oggi per far accettare al pubblico Leonardo da Vinci, lo avvolge in storie banali e false. Mi rifiutavo di farlo. Non sospettavo che le nostre tre Ombre in quel momento stessero ridendo di noi che non le vedevamo ancora. 

Un giorno che andavamo a trovare Iside con un kilo di lingue di gatto, Fresco mi disse:


"Visto che Vertìgo finalmente se ne è andata, dovresti metterti con una signora come minimo benestante. Capisci in che situazione siamo?"

"Che situazione? Io sto benissimo. Mai stato così bene!"

"Lo so che stai benissimo. E questo è il problema. Hai usato la tua assicurazione per far studiare Fabio all'estero e per il diploma di Julia."

"Non è un problema, caro mio. E uno stile e lo stile è l'uomo. I soldi me li sono sempre guadagnati."

"Ma cominci ad avere una certa età..."

"Una certa età? Che espressione pedestre. La mia vera età non è certa. Anzi, è incerta..."

"Come sarebbe?"

"Tra i 30 e i 35 anni. Dipende dai momenti."

"Sì, va be'... vuoi sempre avere ragione. Comunque hai visto che la principessa Odescalchi, a parte che è bellissima, dopo le riprese, ci ha mandato nel salone il cameriere con le bibite? Nel galateo le regole per l'aristocrazia sono diverse da quelle per gli artisti?"

Nel Natale quando Capucci, nel lato Castel S. Angelo del suo attico, tirò fuori una scatola e ci mostrò l'album segreto dei disegni satirico-sexy delle eroine dell'Opera da Tosca a Traviata. Non l'aveva mai rivelato a nessun film maker o intervistatore solo a pochi amici stretti. Erano immagini stupefacenti, tra Botero e Jacovitti, dove i peli del sex e delle ascelle erano fatti con ciuffi di visone. Mi sembrò pure di sentire uno spiffero della sua colonia L'homme Suave, ma forse no. Il maestro si fece promettere di non montarli nel documentario. Io filmai tutto in chiave umoristica: la mia promessa/protesta e i suoi disegni. Inserimmo solo quello soft de La Vedova Allegra, in una scena del film dove Roberto racconta che da bambino aveva paura che le amiche della madre portassero scarpe con tacchi enormi per schiacciare i bambini. Quando Capucci la vide rise di gusto. 

Quarto anno

2015

Il mio contratto di esclusiva era scaduto alla fine del 2014 e Capucci aveva dichiarato a un giornale che anche Pappi Corsicato e Amalia Carandini volevano realizzare un film su di lui. Per passare dal cortometraggio a un vero documentario televisivo di un'ora continuavo a girare ma avevo esaurito il mio budget di produttore indipendente. Aprii un foundraising di una decina di amici e decisi di passare dalle riprese in 3D a quelle normali, quando con la terza dimensione sparì anche il Maestro.
Perché? 
Mandammo un gigantesco uovo di Pasqua con dentro una pennetta che conteneva la scenrggiatura, ma non ebbi riscontri. Scoprimmo che Capucci era stato assorbito da vicende legate alla cessione del suo marchio per il prêt-à-porter a una ricca signora romana del mondo dei mattoni e dei marmi, con cui ebbe subito allergie e conflitti. Poco dopo ebbe luogo (anzi, non luogo) il trasferimento del Museo Capucci da Firenze villa Manin di Passariano vivino a Gorizia. Era una manovra culturalmente inqualificabile che addolorò i suoi ammiratori, anzi li sdegnò: perché nessun ministero o assessorato tutelò il lavoro di Capucci mettendo a disposizione della Fondazione uno spazio del Centro Storico di Roma?

Fu un momento difficile. In termini di sceneggiatura fu il primo incidente di questa storia. Il grande couturier non aveva al suo fianco un compagno in grado di proteggerlo. Non c'era nessun agente-compagno come Bergé o Giammetti, o Mattioli o Luti o Galeotti al suo fianco. Capucci ne subì un danno morale e pratico negli anni in cui il suo genio quasi novantenne avrebbe dovuto contare sulla massima protezione. Tutto questo non impedì al Maestro di girare l'India su un pallone aerostatico con un gruppo di amici dell'aristocrazia.


Approfittai della pausa per girare a Napoli un teaser del film. Erano cinque scene con un giovane attore, Nick Rizzini, venuto da Londra e Anna Lia Perna, una cantante che colsi a volo a Posillipo sul cartellone (clicca qui) di un concerto. In questa storia il maestro è l’ideale di Lucio, un ragazzo, figlio di una sarta e di un carabiniere ucciso dalla camorra, che pretende di laurearsi a tutti i costi in psicologia con una tesi sul rapporto tra i disegni di Capucci e quelli creati da Jung per il Libro Rosso. Sintomo grave. Ingenua follia.

Plays presentò il soggetto alla sezione Cinema del Mibact e nelle graduatorie rientrammo tra le opere di rilievo artistico e culturale: vittoria solo morale perché il ministero aveva esaurito i fondi e non poteva dare più contributi.

Quando lo dissi a Fresco, lui rispose: "Mi fa tanto piacere per l'onore. Ma non si riesce a capa' un centesimo da questo film! Che facciamo?"

Le riprese a Napoli con l'aiuto della Commissione Cinema della Campania furono entusiasmanti. Non erano ambientate nei palazzi e nelle regge dove avevamo intervistato Capucci ma nella metropolitana, nei vicoli di San Gregorio Armeno e in una piccola sartoria teatrale che era anche la casa del proprietario.
Roberto non c'era. I personaggi che parlavano con entusiasmo e ingenuità del mitico Capucci in realtà parlavano di se stessi.  Mi sentivo nel Tao nl senso che tutto avveniva in uno stato di grazia e di gioco grazie a sincronicità e incontri casuali come l'arrivo della processione nella strada della sartoria che mi regalò il finale della sequenza

Le stesse sincronicità iniziarono a verificarsi anche a Roma dove, quasi tutti i giorni, incontravo Capucci per le strade intorno a piazza Argentina. La cosa era quasi imbarazzante perché poteva sembrare che gli stessi facendo delle poste.  Fatto sta che, così rinvigorito, chiesi e ottenni da Capucci il rinnovo del contratto di esclusiva fino alla conclusione di un lungoentraggio per la televisione. Anadava tutto bene.


Poi un terribile colpo di scena.

Mi dissero che ai primi posti delle opere che avevano ottenuto il finanziamento del Mibact figurava un film di Roberto Capucci. Si intitolava Ovunque tu sarai, un titolo ruffiano alla Muccino non da raffinto couturier. Perché non ci aveva mai detto che stava facendo anche lui il regista, non per un documentario ma per un vero e prorpio film? Stava per venirmi un colpo. Non solo per il tradimento ma perché era una storia sui tifosi Roma/Lazio con Ricky Menphis con quattro amici che si sono conosciuti allo stadio e vanno in Spagna per l'addio al celibato. Orrore. Orrore e tremore. Altro che funzione inferiore!
Che era successo al Maestro? Che gli avevano fatto? Che droga gli avevano dato? E chi? E perché? E come? 


Ero dal cardiologo quando Fresco mi chiamò al cellulare:

"Buone notizie, Ottavio. Calmati. E' solo un equivoco. Ha telefonato a Capucci che è tornato in Italia per la prima della Scala: Ovunque tu sarai non è un film di Capucci ma i suo nipote che ha lo stesso nome dello zio. E' il figlio di Fabrizio Capucci. Roberto non ne parla mai a nessuno perché in famiglia lo considerano un figlio degenere..."

Feci un urlo che spaventò il cardiologo: "Ahhhhh! Signore ti ringrazio!"

"Hanno pure chiamato dall'atelier per ringraziare dell'uovo, Serena ha aperto la pennetta e ha visto lo script. Calmati ora: non sei tu che devi schiattare."

Ci voleva uno sponsor o un co-produttore. Mi sembrò logico a quel punto rivolgermi alla signora dei Marmi e dei Mattoni che stava aprendo delle boutique Capucci anche all'estero, proponendole di usare una clip del nostro lavoro per la pubblicità a Teheran o in Cina. La raggiunsi tramite il principe Urbano Barberini che aveva collaborato con noi a Fantasmi al Valle nel ruolo di un serial killer balbuziente. La signora MM venne alla nostra sede, stretta in un tailleur nero di Chanel e, parlando al cellulare col suo autista, disse di no nell'eventualità che un suo futuro socio in Cina avesse un cugino al quale affidare un video pubblicitario dei negozi. Poi ritornò dal suo autista criticando gli impianti elettrici di palazzo Tolonia. 

Fu l'inizio di un breve giallo comico perché nel 2018, al momento della Prima del film, sarebbero arrivati, uno alla volta, due "operatori pubblicitari" di cui uno si chiamava anche lui Francesco. Sembravano la classica coppia dei furbacchioni maldestri tipo il Gatto e la Volpe. Il Gatto chiese di comprare subito una copia del DVD prima ancora che il Luce lo distriuisse e gli risposi: Why not? It costs only three hundred thousand dollars.


La Volpe telefonò più volte e invano, a nome del Centro Campari di Milano, chiedendo con urgenza ma invano un dischetto per fare le 'prove' tecniche della proiezione polischermo del film fissata per due mesi dopo. Un bel giorno Fresco ricevette per sbaglio una telefonata-lapsus del Gatto che aveva sbagliato numero e credeva di parlare con la Volpe: Senti, Francesco: guarda che a Roma non c'è niente da fare per Capucci. Questi il DVD non me lo mollano... 
Tornando al rifiuto di MM, facemmo buon viso a cattivo gioco.  Fresco riuscì a farmi ridere. Mentre andavamo a Cinecittà disse:

"La cosa positiva è che mi è arrivato il peluche."

"Peluche? Quale peluche?"

"Quello che ho preso coi punti al supermercato."

"E sarebbe?"

"Una palla tipo smiling con le cuffie sulle orecche."

"Gesù! E ti sembra una cosa da fare?"

"Certo, lo metto sul letto accanto a Orso e Cavallo e un libro di Freud davanti."

"E Manuel che è architetto, che dice."

"Che va bene."

"Non ci posso credere."
"E' bellissimo!"


Che fare?
Andai all'orto botanico davanti all'albero dove avevo fatto le immaginazioni attive per "Quattro decenni di plays" per chiedere soccorso alla von Franz che è la mia angela custode. Lei si fece aspettare perché stava spaccando la legna per il camino della sua torre. Quando finalmente apparve era in BN fosforescente junghiano all'interno di un convento spagnolo dove Balenciaga stava cucendo con la religiosa devozione di un monaco. 

"Mio caro Ottavio, sei bloccato da un problema di tipologia. La funzione in ombra del tuo Capucci, l'intuizione introversa, fa corto circuito con la funzione in ombra di Francesco, il pensiero introverso."
Le chiesi di spiegarsi meglio promettendole in cambio un flacone di Capucci pour femme.
Lei scoppiò a ridere e rispose:

"Mi spiego ma il profumo non lo voglio. Dunque... Capucci e Fresco hanno in comune un punto debole: faticano a pensare alla struttura sotto la superfice. Ma tutto, da un matrimonio a una favola... tutto si regge su una struttura. Una struttura segreta che ha una sua logica."

"Concordo. C'è un bellissimo video ai raggi X su un vestito di Balenciaga, dove non vedi solo il filo nascosto. Vedi anche le cuciture e i ganci nascosti."




"Ma Francesco vede la cosiddetta realtà, non capisce le corde segrete del tuo progetto. Vede solo i problemi economici di questo momento e protesta: ‘Perché non hai scelto un personaggio più popolare?’

"Proprio così."

"E tu ti infuri perché vuoi fare il tuo film proprio perché Capucci non è commerciale ma passerà alla storia. Altrimenti non l'avresti mai fatto, un film sulla moda."

"Esattamente! E allora come mi devo muovere?"

"Passa dal tre al quattro. Aggiungi uno del mestiere."


A queto punto apparve accanto a Marie-Louise una matita che disegnava il perimetro di un capolavoro dell'Alta Moda: Tulip Dress di Cristòbal Valenciaga. Lei fece un urletto di gioia e si spogliò in un attimo rivelando delle bellissime (e insospettate) gambe. Poi si tuffò dentro il vestito un attimo prima che la stoffa si richiudesse in forma di tulipano. Io rimasi senza parole. Sparì tutto in dissolvenza lasciando nell'orto botanico un profumo di legna bruciata. 

Fare la tetraktys  raccomamdata dalla von Franz non fu facile. Anzi. Eravamo al sesto anno quando arrivò una mia cara amica che, molto tempo prima, era stata la film maker di alcuni video sui miei psicodrammi e si offrì di metterci in contatto con una agenzia inglese di distribuzione. Dichiarò che voleva darci una mano a titolo gratuito, giusto perché aveva bisogno di riallacciare i rapporti con la Rai tramite un progetto prestigioso. La presentai al mio avvocato per scrivere il suo contratto, e lei di colpo chiese (oltretutto a caro prezzo) il ruolo di produttore delegato. Saltò fuori che aveva già iniziato a delegarsi di sua iniziativa a nome di Plays. Quando l'avvocato la fermò, lei ci fece causa. Fresco protestò: 

"Tu ti fidi sempre di tutti. Te l'avevo detto che era una..."
"Non ci sono dubbi sulla sostanza di cui è fatta la signora," risposi io. "Però stiamo tranquilli..."

"Tranquilli? Come si fa? Si vede proprio che sei del segno dei Pesci!"

"L'astrologia? Per carità! Gli eroi non sono marluzzi. I percorsi degli artisti non avanzano in breve da A a B. Procedono a zig zag. Ne parlerò con il libro della von Franz sulle favole di redenzione, nel prossimo incontro della scuola."

"A proposito, è arrivata una lettera che dobbiamo completare la relazione per il Ministero..."

"Dell'Università o dello Spettacolo?"

"Dell'Università."

"Pensaci tu, Francesco, che sei il tutor degli studenti."

"Ho visto che vogliono il bilancio. Ma io dove lo piglio il bilancio? Lo chiedo a Capucci o alla von Franz?"


Non tutto il male vien per nuocere: l'incidente fece sì (per dirlo in chiave kleiniana) che, solo dopo il seno cattivo, il mio inconscio mi autorizzasse finalmente a trovare la madre buona. Fu la grande Elda Ferri (la produttrice di Jean Vigo Italia,  nomination all'Oscar per La vita è bella di Benigni...)) a salvare il nostro lavoro sia concretamente che col suo rispecchiamento: “È incredibile che finora siate riusciti a fare tutto questo da soli… il materiale è bello. Capucci poi è davvero un genio…”. Fu una grande e felice svolta.

Elda Ferri aveva capito che "Lucio" aveva fatto trattamenti, casting, riprese, animazioni, montaggi, sopralluoghi, consulenze, fundraising, resilienze, viaggi e pratiche ministeriali, ma anche psicomagie, ipnosi ericksoniane, immaginazioni attive e passive, sogni, psicodrammi, socioplay, giochi di ruolo, blitz, agguati, omaggi, veglie, incubi, meditazioni, agopuntura, pellegrinaggi e investimenti.
Mi ero rivolto anche a Giò (da non confondere col profumo di Armani), un medicine man che opera in Africa e Sardegna, noto per aver liberato un ristorante dalla salmonella nel giro di una notte. Il medicine man, dopo aver tirato una manciata di conchiglie, di cui una scappò fuori dal piatto, sentenziò: Vai avanti: i guadagni dal tuo film saranno grandi ma non arriveranno ora… aggiunse che qualcuno che amavo era una donna e mi donò una giacca di lana del Nepal.

Partecipai anche a due edizioni del MIA market dove scoprii che il titolo di un film conta quanto il film e dove Gioia Avvantaggiato, una produttrice di documentari, senza nemmeno aver visto il mio montaggio, si offrì di comprare tutto il girato per affidarlo a un altro regista. Erano passati sei anni.

Tornammo a curare i rapporti tra Capucci e i testimonial. Anna Fendi lo ammirava enormemente Per registrare la sua dichiarazione Roberto è il dio della moda e il paragone con Armani e Lagerfeld, mi finsi barboncino e la coprii di frutta e fiori. Convinsi Roberto a soddisfare almeno due delle cinque richieste della Fendi: che le facesse un disegno e le riscrivesse una vecchia lettera smarrita nei suoi archivi.


Andai anche a una Fendi-cena di beneficenza con Emma Bonino dove (visto che il Maestro era in Asia) avevo il posto a tavola a fianco di lei. Quando entrò una donna molto sexy e domandai Chi è quella bellona lì? La Fendi disse Ma è la Cucinotta! guardandomi con malcelato sconforto. Ma l'avrebbe chiesto anche Roberto.

Tra i personaggi conosciuti grazie ad Elda Ferri, Milena Canonero (a SX nella foto), premio Oscar per i costumi che a Cinecittà mi rifece un nodo alla cravatta da conservare sottovuoto, e Roberto Cicutto che, come presidente dell’Istituto Luce, fu entusiasta di dare il giusto riconoscimento cinematografico a un esponente dell’eccellenza italiana.

ottavio rosati - roberto cicutto



Cicutto organizzò il DVD del lavoro e una serie di viaggi a Festival dove però Capucci non volle o non riuscì a venire perché era in mongolfiera. Inoltre Cicutto mise in piedi un’anteprima mondiale del film alla sala Fellini di Cinecittà per l’apertura della settimana di AltaRoma del gruppo Fendi. Cade qui il secondo turning point con cui arrivammo al terzo atto.
Per evitare di accostare il suo film a una mostra distante duecentometri, sui costumi di Raffaella Carrà, abominevole regina del pop televisivo, Capucci, all’ultimo momento, decise di non venire alla Sala Fellini e fermò anche una trentina di amici che aveva invitato. Questo creò vari problemi e non solo con la stampa.

Volevamo un po' di Ombra? Ce l'avevano data. Francesco era esasperato anche perché l'Ombra era arrivata nella realtà ma non si vedeva nel film dove il Maestro restava un ideale irraggiungibile. Protestai Infatti lo è! Lui non è un Calvin Klein, dobbiamo pensare a un Balenciaga! e Fresco non capì la protesta. Finimmo per scazzottarci. Poi la buttammo a ridere pensando che Winnicott sarebbe stato daccordo col nostro disaccordo.
Tra una somatizzazione e l'altra utilizzai tutto il mio training confuciano per interpretare la decisione di Capucci in cinque diverse ottiche psicoanalitiche e alla fine me ne feci una ragione.
Il mio analista Stefano Carta, al quale ho dedicato il film, mi consigliò di non fare mai più agiografia di talenti viventi se non volevo morire di infarto. Elda Ferri approfittò della pausa per aggiungere delle musiche e ritoccare il montaggio con Maassimo Fiocchi. Cicutto mi disse in modo serafico che il Luce avrebbe anche potuto organizzare una seconda Prima se me ne occupavo io. Ma ci vollero nove mesi di mediazione, stress e relativi costi per farla. Capucci stavolta mi diede retta sul da farsi e finalmente i tre Roberti (Capucci, Cicutto e Faenza) con Elda Ferri ed io, ci abbracciammo in un pranzo a casa Capucci, in un profluvio di cervi d'argento e corallo, come se non fosse mai accaduto niente di antipatico. Era una bellissima giornata e la luce inondava i fiori del giardino Capucci. La sua fedele Inoca preparò vivande squisite e io portai un ovvio champagne. 
Scelsi come sede dell'evento l’Ara Pacis dove Valentino aveva fatto anni prima la sua Mostra Rossa e dove il Maestro ricevette una standing ovation e fu sequestrato dalla Fendi. Stavolta andò tutto bene. Col costo del lungo buffet crostaceo avrei potuto girarci un corto. ("Siamo sicuri che non lo metteranno tra le spese di produzione?" domandò Fresco mandando giù un'ostrica.)

Adriana Mulassano, elegantissima, raccontò una storia su Armani e Capucci di molti anni prima. Fu forse il giorno più bello della mia vita e non c'è bisogno di scomodare le teorie psicoanalitiche di Kohut per spiegare perché. Mi accorsi di provare uno strano sentimento di amore per la famiglia: non solo nei confronti di Fresco di cui ero molto fiero ma per tutti. Era venuto a Roma anche mio fratello Gianpaolo, primario nelle Murge, che battè le mani ma poi disse Bravo Capucci! Peccato che sia poco colorato (sic).

roberto capucci



Tutto ciò, nei mesi successivi, non impedisce al maestro di sabotare la pubblicità del film senza rendersene conto. Tuttora Roberto, in un continuo doppio legame, domanda come vanno le vendite televisive ma non viene con noi ai Festival che possono promuovere i passaggi del film all'estero. Quando la conduttrice televisiva Mara Venier lo invita al suo programma, gli passa l'allergia al pop della Carrà, come se Domenica In fosse un vvarietà della Montalcini. La Venier vuole bene a Capucci perché lui la ha molto aiutata quando lei era solouna ragazza, quindi farebbe di tutto per lui. Ma, dopo che il Luce si rifiuta di cedere al programma un minuto del film senza il pagamento dei diritti, Roberto non chiede alla sua ospite di intervenire con i funzionari Rai. E nemmeno menziona il film durante l'intervista pur sapendo che l'Istututo Luce è in trattative per i passaggi sulla Rai.


Il lunedì dopo il caso Venier dovevamo andare a trovar e il maestro per portargli l'IPAD fuori uso che Fresco era riuscito a fargli riparare gratis da un suo amico smanettone.

"Hai preso l'IPAD?" domando a Fresco.
“Sì. Ma la pistola dello psicodramma dov'è?”, risponde lui in tutta serietà.
“Ah, ah! Ma è solo una pistola a salve.”
“Non importa. Il botto potrebbe essergli comunque fatale.”
“Non scherziamo su queste cose.”
“Ma io non sto per niente scherzando”, dice Fresco. "Lo capisci che, il tuo idolo, da bambino non giocava a pallone con una squadra ma giocava tutto solo coi suoi colori?"
"Per fortuna!"

"Come sarebbe? Siamo rovinati e tu dici per fortuna? Ma tu sei veramente pazzo!"

"Ascolta, sciagurato pischello: di ragazzini calciatori è pieno il mondo ma di Capucci ce ne è uno solo."

"Sì, va be'..."

"Ciò detto, è innegabile che ho qualche problemuccio di bilancio. Ma tu stai tranquillo. Se faccio un film con Marilyn Monroe o Marlon Brando, loro fanno tardi sul set e io pago un prezzo. Lo dice Billy Wilder. Devi essere realistico."

"Devo essere realistico io? Senti un po', Billy: ci sono rimasti i buoni per il taxi o dobbiamo andiare a piedi?"
"Meglio a piedi così passiamo per Campo de Fiori e gli compriamo il mango."

Il genio di Capucci è allergico al mondo del marketing TV come lo è sempre stato a quello della moda normale, delle sfilate e delle boutiques come quella che hanno da poco aperto a suo nome a Roma.

E qui accadde uno splitting di sentimenti e punti di vista. Mentre io (che avevo alle spalle anni di Pivanismo) reggevo lo stress e difendevo i Diritti Speciali del Genio, Francesco iniziò a patire l’Ombra del Genio, specie quando il Maestro declinò anche la presentazione del film in Canada. "Ma come? Volevo vedere gli orsi e le giubbe rosse!" gridò Fresco. A quelle in Europa ci andammo da soli. Il giorno del mio compleanno nel marzo 2020 stavamo per partire con Vanessa Rusci e Luciana Santioli per Vienna dove ci aspettava a cena l'ambasciatore ma stavolta fui io a dire di no. E fu un'intuizione giusta perché il giorno dopo scattò il lockdown per il Covid e chiusero le frontiere: Capucci sarebbe rimasto fermo quaranta giorni dentro l'Istituto di cultura italiano. 

Intanto Fresco continuava a maturare come un mango. Io no. Se confronto le fotografie nel corso degli anni, lui diventa un adulto con la barba mentre io ringiovanisco. Peggio di Dorian Gray.


Comunque il Puer con i piedi per terra fu sempre leale e forte: non prese mai distanza dalla produzione ma solo dalla gioia di farne parte. A film fatto, Fresco che doveva prendere casa col suo nuovo compagno, mi domandò se poteva avere una parte dei futuri guadagni derivati dai diritti televisivi e dall'home video. Risposi subito di sì. Lui ed io eravamo gli unici del cast artistico e tecnico a non aver mai preso un euro. Ci eravamo ripagati a vicenda (formazione > < produzione) ma il film non ci aveva ancora pagato. Avevo dato un anticipo persino a Capucci ai tempi dell’uovo di Pasqua invitandolo ad immaginarselo con uno zero in più, alla Jodorowsky.
La maturazione del Puer non aeternus, prese anche colori saturnini e plumbei. Fresco cominciò a criticare l'idea di fare un documentario su uno stilista così complicato e aristocratico. Nella penultima fase mi ritrovai tra i no di Roberto alla pubblicità e i no di Fresco.

Lo capivo, ma come uscirne? A Natale mi venne un'idea psicodrammatica cioè attiva. Mi feci regalare da Fresco un numeratore nero col tasto rosso, di quelli che servono a contare il numero degli ingressi. Me lo misi al collo con una fettuccia. Poi, alla prima occasione: 

""Francesco, hai notato che il cognome di tuo padre finisce col NO come il nome della tua città e il cognome di tua madre?"

""E allora?"

"La pianti di dire sempre no, come ha sempre fatto tuo padre a te!"

"Non è vero (BIP) che dico sempre no (BIP). E smettila di usare quel numeratore (BIP). Non serve (BIP) a niente (BIP)."

A Capodan - no  (BIP) gli era passata. Tornarono i sì.


Ma i problemi transferali e di realtà complicavano un sistema con rischi di azienda imprevedibili. Potevo, volevo e dovevo sistemare la distribuzione nell'interesse di tutti e tre e tenni duro anche quando Francesco sognò che presentavamo il nostro lavoro al cimitero della sua città. Il padre di Fresco (che non aveva letto il suo romanzo e parlava bene del figlio a tutti ma solo alle sue spalle) quando finalmente riuscì a vedere il DVD (che secondo lui era rotto) fece un solo commento: Ma Capucci è gay? 
D'altra parte la mamma affettuosissima e napoletanissima di Francesco, una volta che avevo ritrovato, davanti alla statua di Padre Pio a San Salvatore in Lauro, il portafogli smarrito a piazza Farnese, mandò un whatsapp: France', non lo lasciare mai a Ottavio che è un uomo fortunato.


Finalmente, un bel giorno, mentre cercavo il libro dove Bresson diceva In cinema chi fa col meno può fare col più ma non sempre accade il contrario, Fresco entrò a via lungara e disse: Alfred, corriamo all'Istituto Luce da Simona Agnoli: Sky Arte ha comprato i diritti per la trasmissione televisiva. 
Io mi alzai senza fare una piega, anzi un plissè.
Salimmo ulla Panda dei Super Eroi portandoci dietro sette anni i lavoro e tutti e sette i circuiti neuronici scoperti da Panksepp, dalla Rabbia alla Gioia.


A conti fatti, come produttore, sono fiero di aver realizzato La Moda proibita e come regista ne sono felice. Come psicodrammatista e analista ho creato con Fresco un nuovo tipo di analisi reciproca e attiva alla Ferenczi ma in gruppo con un centinaio di amici. Di Capucci e di Plays. Questo non è solo il primo documentario italiano su un couturier italiano presente su Internet accanto a quelli su Valentino, Anne Wintur, Yves Saint Laurent, Diana Vreeland, Armani e Dior. La storia della produzione mostra i problemi di e contro un genio anti-industriale, così come Andrew Morgan in The true cost (2015) ha denunciato come l'industria della moda in Asia capitalizza sul lavoro di bambini e adulti. E noi tre, sbattendo come palline tra Mercurio e Satuno, abbiamo fatto un sociodramma oltre allo psicodramma. 

L’impresa Capucci si è rivelata importante pure per la scuola di specializzazione; lo confermò una piacevole sincronicità con personaggi morti ma viventi e parlanti come quelli in cerca d'autore del Libro Rosso di Jung.

Mentre portavamo il film a Bratislava, Vera Fazio, responsabile dell'home video dell’Istituto Luce mi telefonò per chiedermi se mi interessava collaborare con un paio di testi al booklet di un loro nuovo DVD. Assolutamente sì. Era il famoso e introvabile cortometraggio Psychodrame con J. L. Moreno del 1956 con la regia di Roberto Rossellini per la Radio Telelevisione Francese clicca qui. L'ho cercavo da decenni in tutto il mondo e ora mi cadeva nelle mani sporche di seta plissettata a Cinecittà mentre concludevo lo psicodramma Capucci.
Invitai subito il prof. Fabio Lucidi, preside della Facoltà di Psicologia, a conoscere Vera Fazio e il direttore Roberto Bufalini all'Istituto Luce e fu grande cordialità. Con Lucidi e Fresco, davanti allo Studio 5, dove girava Fellini, immaginai un modo per presentare Psychodrame e La Moda Proibita a tutti gli studenti di  psicologia di Italia.


La cosa più sorprendente di questa sincronicità sono le parole di esortazione Vite, vite! (presto, presto!) che nel filmato del 1956 Anne Schützenberger, l'allieva e assistente di Moreno, ripete al gruppo per liberare in fretta il piccolo studio della RTF. Le stesse parole francesi, 37 anni dopo, in Italia le avrei gridato anche io in un mio sogno su un treno e un passaggio a livello proibito messo in scena per Rai3 nella sola puntata del programma dove smetto di dirigere gli psicodrammi per raccontare una storia come autore.



Ottavo anno:

2020

Quando presentammo Psychodrame al Torino Cinema Festival e alla Festa del Cinema di Roma con Marco Greco e Adriano Aprà la quadratura del cerchio era completa. Subito dopo, l'Istituto Luce pubblicò in DVD una nuova edizione di Generazioni d'amore e io feci un sogno di guarigione. Nel sogno incontravo Vincenzo, un mio vecchio ed ex amico rovinato dall'ambizione universitaria che si era dimesso dalla carica di garante della scuola Ipod urlando incongruamente: Non siamo mica a Hollywood! Nel sogno il professore non aveva più l'aspetto calvo, gonfio e autoritario accumultato col potere e l'età. Aveva il sorriso del mio amico Nader ed era di nuovo felice di vivere, con un Anima sorridente. Lui mi dava un bambù e gli rispondevo: Non ho mai voluto essere a Hollywood ma a Cinecittà. Hai capito?

 

A conti fatti La Moda proibita è l'inizio di un nuovo film sull'Alta Moda come Il filo nascosto di Thomas Anderson. Non un dramma etero con funghi velenosi ma una commedia gay con mindfulness e personaggi interpretati da attori. La storia di un regista tra un Principe della moda e uno Studente Povero di Napoli che si scontrano ma alla fine vincono tutti e tre. 


Dunque: Vite, vite sia in francese, sia in italiano.
L'Alta Moda è morta.Viva l'Alta Moda.
Ma questa è un'altra storia, la prossima.

 

Condividi

Aggiungi un commento

  • Registrare

Nuovo Registro conti

Hai già un account?
Entra invece O Resetta la password