GENAMORE ALL'ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA A VIENNA di Lia Filippi

- Categoria: Presente

Il Centro Italiano di Cultura Italiano a Vienna ha grandi sale affacciate su un giardino, parquet intarsiati, un pianoforte ottocentesco a coda e diversi pezzi di arredamento di importanti designer italiani. Ottavio Rosati, alloggiato nella foresteria, sta per presentare nella città di Freud e Moreno la nuova edizione di Generazioni d’Amore, il documentario "psicodrammatico" su Fernanda Pivano che nel 2001 segnò la fine del loro rapporto, scatenando un lungo trauma affettivo e una ricerca personale e teorica di anni per uscirne fuori. Seguire Ottavio voleva anche dire salvare la nostra scuola di specializzazione. Spesso (e senza il minimo pudore e imbarazzo per le sue difficoltà). Ottavio ha chiesto aiuto anche a noi allievi, invitandoci a invertire con lui il ruolo terapeutico di psicodrammatisti. Per questo il nostro didatta ci ha proposto oggi di essere qui a Vienna come suoi amici e maestri.

istituto italiano cultura vienna



La commozione di Ottavio per l’evento gli esce dai pori con un'onda d’urto che mi mette in contatto con la sua sensibilità. Il ginocchio che lo fa aggrappare al corrimano della grande scala che porta dal salone del cinema agli uffici del direttore Fabrizio Iurlano è una ferita che si rimargina ad ogni passo. Rosati ha tanto  amato, patito e smascherato questa terribile donna-Anima che presentarla al pubblico di Vienna è un modo di chiudere i conti. Emisfero destro e sinistro si parlano con segnali di fumo. Intanto Ottavio scherza e ci fotografa come fossimo la sua famiglia, non solo psicodrammatica.

La mia immaginazione attiva comincia a fare proposte: “Compriamogli una pietra da portare con sé alla presentazione, un’ambra, o un’agata…" Oppure, entrando nella Cattedrale di Santo Stefano: “Accendiamo una candela e facciamo una preghiera per la presentazione di Otto stasera”. Ed ancora Luciana propone: “Prendiamogli dei fiori da donargli dopo la presentazione!”. Il cielo kantiano dentro di noi approva solo le candele. Il gesto è compiuto davanti agli occhi di un Cristo, che guarda la Madonna davanti a sé, dal lato opposto della navata laterale dell’edificio.

Ottavio nel frattempo ha meditato e passeggiato con noi per la città, scivolando per il caldo e per il ginocchio in una vasca-fontana, e si dice pronto.

La presentazione comincia con un piccolo gioco psicodrammatico con Francesco sugli opposti sentimenti di Ottavio verso la Nanda. Il rappresentante della voce dell’amore idealizzante per la mitica scrittrice-meravigliosa amante e scout letteraria è giocato da Ottavio. Chi annuncia le accuse alla strega-stronza-infame-malafemmena, è Francesco. Ma forse ricordo male: magari è il contrario. In ogni caso la verità sta nella capacità di ridere del conflitto chiarendo che è di quelli che non possono essere risolti. Luciana legge una frase della Pivano buona che racconta, uno per decennio, i gioielli che Ottavio le ha regalato fino a una scheggia di smeraldo avuta per un sociodramma diretto in Colombia e che lei conserva nella scatola per la collana di corallo di Gertrude Stein. (Una scheggia di smeraldo?un bel calcio in culo no? ha sussurrato stamane Francesco in modo reprensibile al Caffè Sacher).

francesco-vienna

Il docufilm è pieno di materiale interessante sulla Pivano, interviste a personaggi famosi che l’hanno conosciuta. Mi colpisce un notevole dettaglio: sebbene Fernanda Pivano amasse l’America alternativa dei beat, la attraversava come un’osservatrice platonica. Intervistava ed incontrava gli scrittori più dionisiaci, spontanei e creativi del paese, senza berne nemmeno una goccia di alcool. Era astemia in casa di Bacco.

La ferita più profonda lasciata dallo sbilanciamento relazionale di un sentimento d’amore che è stato cullato intimamente da una coppia che lei voleva invisibile al mondo per fingersi fedele al marito traditore. Un amore cullato e poi strozzato. Tra decenni e circuiti emotivi (alla Panksepp) molto diversi tra di loro... sesso, tristezza, gioco, paura, rabbia, ricerca, cura. E solo oggi celebrato nella scoperta di questa eroica e faticosa esperienza un po' creativa, un po' illusoria e molto testarda. Montaggio e produzione hanno richiesto una forza tale da superare l’involontà del fantasma pivanesco a scoprirsi. Un lavoro di raccolta e restauro, che ha rimesso insieme i pezzi di una storia fatta di storie di scrittori, di una produzione, di un sabotaggio, di una rinascita resiliente e finalmente di un restauro. Al termine della presentazione, emozionante e dinamica, una domanda mi colpisce. La Responsabile del Festival del cinema di Vienna dice a Ottavio Rosati: “Perché ha aspettato tutto questo tempo per pubblicare il film?”. Ecco il climax dell’evento arrivare al suo culmine proprio quando cambia il protagonista. Ecco presentata la storia fuori dalla storia. 

Ottavio ha dovuto attendere molti anni dalla morte della Fernanda Pivano per acquisire i diritti dominicali di edizione e pubblicazione. Molti che sono pochi se pensiamo a tutti gli altri silenziosi anni scorsi tra riprese, montaggi, e traumatici freezing. Il docufilm era nato come omaggio alla Pivano ma lei aveva deciso capricciosamente di abortire la sua presentazione al Festival del Cinema di Torino perché le pareva un madrigale d'amore anziché un documentario. C'era quasi riuscita quando, dopo aver fatto tutto per tenere in vita il lavoro, Rosati ebbe in dono una sincronicità (legata più alla Svizzera di Jung che alla Vienna di Freud) che gli fece pensare: Queste Generazioni d'amore, Dio le vuole e noi ce le teniamo.

ottavio Rosati con Fernanda Pivano


La sorpresa finale arriva qui a Vienna per la prima volta: oggi, Elda Ferri, la produttrice del remake, e Ottavio lavorano al soggetto di un film che ricapitoli la bellezza e l'eroismo di questi tre amori, quello per la scrittrice, quello per lo psicodramma e quello per il cinema. Il titolo è Il Fuoco, le Lune e sarà in chiave neo-almovodariana e un po' clinico. Il pitch del film è: 

La storia vera di un ragazzo

che per guarire da un trauma d'amore

trovò una Drg queen bellissima

e inventò il sessodramma.


Il giorno dopo, prima di ripartire, è d’obbligo rendere omaggio a Jacob Levi Moreno.

Andiamo tutti al cimitero a trovare la sua tomba. Il marmo nero tra il verde di prati e alberi ricorda: Qui riposa il medico che ha dato gioia e risate alla psichiatria. A mani nude e con una pseudo-zappetta trovata sul posto, piantiamo nella terra degli omaggi viventi, piantine fiorite, una per uno. Ed ecco che passa una giardiniera del cimitero: ha un tubo di acqua in mano, viene dalla Romania, luogo di nascita di Moreno, e parla italiano. Ci promette che innaffierà lei i nostri fiori, che mi auguro crescano sani e forti e portino sollievo al marmo sotto al sole di mezzogiorno.


Al momento di andare via, vengo a sapere da Vanessa che uno di noi si è fermato da solo sulla lapide per dire a Moreno Grazie di avermi fatto conoscere Rosati.
Ho un’ultima fantasia per Ottavio: potremmo regalargli una manciata di semi viennesi, di buon auspicio, da mettere nei vasetti delle piantine sul terrazzo della scuola a via lungara. Ma anche qui il cielo mi dice:  Va bene così. Non serve. Quei semi siamo noi, i suoi allievi.

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